Meditazione 18^ domenica del tempo ordinario 03/08/2025

Ricordo ancora con un certo imbarazzo che una volta, mentre predicavo sul Vangelo di questa domenica, un signore si è alzato ed è uscito di chiesa, evidentemente arrabbiato. Il fatto è che non solo ai tempi di Gesù, ma anche oggi ci sono tanti fratelli e parenti che litigano per l’eredità e parlare di queste cose significa toccare per qualcuno un nervo scoperto. Saggiamente, Gesù non ha voluto occuparsi di queste faccende nelle quali ognuno crede di avere ragione e alla fine c’è sempre qualcuno che resta scontento, anche se a fare le parti fosse Dio in persona.
Le letture di questa domenica usano parole molto dure nei confronti dell’attaccamento al denaro e ai beni materiali: parlano rispettivamente di vanità, idolatria e stoltezza.
Chi dimentica che siamo di passaggio – secondo l’evangelista Luca – è àphron, cioè stolto. È uno stolto quell’uomo della parabola che lavora, accumula e fa progetti per riposarsi in futuro, quando avrà realizzato tutti i suoi piani. Per i suoi colleghi e per quelli della sua famiglia non è affatto uno stolto, anzi: probabilmente è ammirato come un uomo con i piedi per terra e la testa sulle spalle perché è un gran lavoratore e ha una posizione economica molto solida. Ma sta sacrificando tutto quello che ha, il tempo presente, in funzione di quello che non ha e non avrà: il futuro. Oggi tante persone sono sempre di corsa, affannate: qualcuno davvero per necessità, qualcun altro forse per non essere capace – per tanti motivi – di dare il posto giusto e il tempo giusto alle cose e alle persone. Questa è mancanza di saggezza, cioè stoltezza.
San Paolo, da parte sua, la chiama idolatria. Se invece di affidare a Dio la propria vita, si cerca quella che viene chiamata “sicurezza economica”, che è solo un’apparenza di sicurezza, le si sacrificano le proprie energie e il proprio tempo, come se fosse un protettore potente e generoso.
Potente, a modo suo, lo è: come tutti gli idoli promette piaceri e onori (promesse che poi mantiene fino a un certo punto), ma non è generoso. È avido, prende molto più di quel che dà, e come tutti gli dèi falsi non può dare vita: la sottrae.
Il sapiente Qoelet, che la tradizione identificava con Salomone, parla di “vanità”, cioè vuotezza, inconsistenza. Faticare tanto per non godere del frutto del proprio lavoro è un assurdità, eppure…
Sono considerazioni antiche e conosciute da tutti, ma ciò nonostante ancor oggi si sacrificano energie, tempo, relazioni e affetti a qualcosa che resterà in questo mondo, mentre noi ce ne andremo.
Queste parole dure in realtà provengono dall’amore di Dio e dalla sapienza umana che cercano di aiutarci a non sprecare la vita, il tempo, le forze e soprattutto le relazioni. Sono discorsi sentiti mille volte, ma quanti sono quelli che ci credono e soprattutto sono disposti a metterli in pratica?


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