Meditazione 19^ domenica del tempo ordinario 10/08/2025

Nel brano evangelico di questa domenica resto colpito soprattutto dalla seconda parabola che parla del modo di esercitare il potere e l’autorità. Chiunque abbia un potere, anche minimo, dovrebbe tenerla sempre presente. È un’immagine non priva di una certa amara ironia, se la si confronta con la realtà che conosciamo. Un servo – cioè uno schiavo – riceve l’incarico di amministrare la dispensa della casa per dar da mangiare agli altri servi durante l’assenza del padrone, ma un po’ alla volta non soltanto mangia e beve fino a ubriacarsi: si mette anche a picchiare le serve e i servi. È la caricatura di quegli uomini di potere che approfittano della loro posizione per farsi i propri affari e arrivano persino ad abusare le persone che dovrebbero servire: si comportano come padroni cattivi anche se in realtà sono dei servi come gli altri. La cronaca parla spesso di uomini (molto raramente donne) di potere che approfittano della loro posizione e mi sembra che purtroppo ci scandalizziamo sempre meno per questi fatti: temo che ci stiamo abituando e un po’ alla volta li subiamo o addirittura li accettiamo come fossero la normalità.
È una tentazione antica quanto il mondo e gli uomini di chiesa non ne sono esenti. San Pietro, nella sua prima lettera, scriveva: “Esorto gli anziani (in greco: i presbiteri, cioè i preti) che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete (nutrite) il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1Pt 5,1-).
Fin dall’inizio della chiesa i presbiteri hanno corso il rischio di esercitare male il loro servizio: o facendolo malvolentieri, senza entusiasmo, facendo il minimo indispensabile o anche meno; oppure cercando il proprio interesse (di solito, economico); oppure spadroneggiando sulle persone a loro affidate. Sono peccati che non toccano solo i preti, è chiaro, ma tutti quelli che hanno un potere, grande o piccolo. Da chi annuncia il Vangelo, però, ci si aspetta giustamente che anche lo metta in pratica.
L’autorità perciò va esercitata con disponibilità, disinteressatamente e con umiltà.
San Pietro è il primo a dare l’esempio. Poteva scrivere: “Come roccia sulla quale Cristo ha fondato la sua chiesa, come primo tra gli apostoli e capo della comunità, esorto…”, invece ha scritto: “Esorto i preti, quale prete come loro…”. Si è messo umilmente sullo stesso piano di quelli ai quali si rivolgeva e poi, a differenza di Gesù, non ha minacciato un castigo per quelli che si comportano male, ma ha promesso un premio a quelli che esercitano bene il servizio di autorità.
Penso che sia giusto e doveroso pregare per tutti coloro che hanno autorità, nella società civile e soprattutto nella Chiesa, perché non cadano nelle tentazioni descritte da Gesù e da San Pietro.
Se poi le preghiere non bastano, a volte bisogna trovare anche il coraggio di praticare la correzione fraterna, arrivando se necessario, come ultima possibilità, alla pubblica denuncia: al male bisogna opporsi, non ci si deve rassegnare, altrimenti si diventa conniventi.


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