La festa della Divina Misericordia fu istituita nel 2000 e fu collocata nella seconda domenica di Pasqua anche perché proprio in questa domenica il brano del Vangelo parla della missione di rimettere i peccati affidata alla Chiesa dal Signore risorto: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Gv 20,23).
La seconda parte di questa frase di Gesù può lasciare molto perplessi. Cosa significa «A coloro a cui non perdonerete, [i peccati] non saranno perdonati»? Forse che Dio non può perdonare se la Chiesa non perdona? La Chiesa può mettere un limite alla misericordia di Dio e al suo perdono? È chiaro che il senso della frase non può essere questo: la preghiera liturgica ci ricorda più volte che Dio “manifesta la sua onnipotenza soprattutto nella grazia del perdono” (colletta della 26ª domenica del tempo ordinario e prefazio della preghiera eucaristica della riconciliazione I). Se Dio è onnipotente nel perdono, gli uomini non possono opporsi.
Si può ricordare che nella lingua parlata da Gesù si usavano spesso antitesi come amare/odiare, cielo/inferi, vivo/morto… che non erano da intendersi alla lettera, ma questa osservazione, pur essendo vera, non sembra spiegare tutto. Allora, cosa significa questa parola del Signore?
Bisogna intendere il mandato del Risorto come una responsabilità affidata ai suoi discepoli: non viene accordato loro un potere assoluto, così che possano decidere arbitrariamente se perdonare o meno. Non perdonare non è un’opzione, ma una mancanza nei confronti della missione ricevuta nel giorno della risurrezione. “A chi non rimetterete i peccati resteranno non rimessi” significa: sarà vostra responsabilità avere tenuto il peccatore nella prigionia del male commesso; se voi chiuderete la porta della misericordia davanti al peccatore, a chi mai potrà chiedere la liberazione dal suo peso?
La Chiesa non può e non deve mai restringere l’accesso alla grazia, perché allora tradirebbe la sua missione e andrebbe contro la volontà del suo Signore.
L’unica condizione da chiedere per annunciare il perdono è il pentimento, perché assolvere chi non è pentito significherebbe tranquillizzarlo e alla fine incoraggiarlo a perseverare nel male. Ma la missione che il Risorto ha affidato ai suoi discepoli è perdonare, sollevare, far ripartire, non fermare e imprigionare.
In molti modi la Chiesa annuncia la remissione dei peccati a coloro che desiderano poter vivere in pienezza, perché è il Signore stesso che attraverso di noi desidera salvare l’umanità. Le modalità e perfino le devozioni per concretizzare questa volontà di salvezza possono essere diverse e molteplici, da quelle più grandi a quelle più umili, ma la sostanza è sempre la medesima: riconoscere la propria partecipazione al male che è nel mondo e la propria impotenza a liberarsi da esso, abbracciare Cristo come salvatore e vivere con lui e con i suoi amici la vita nuova, rinunciando al peccato e praticando la carità fraterna, specie nei confronti dei più bisognosi.
Dal mistero pasquale di Cristo morto e risorto per la nostra salvezza attingiamo la serena fiducia di essere accolti sempre e comunque tra le braccia del Padre che ci ama come suoi veri figli.
Preghiamo perché la Chiesa sia sempre annunciatrice di perdono e non si arroghi mai il diritto di restringere l’accesso alla misericordia che Dio vuole dispensare ai suoi figli.
Meditazione 2^ Domenica di Pasqua 12/04/2026
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