Nella sua vita Gesù ha vissuto molti conflitti. Fin dall’inizio il vecchio Simeone aveva profetizzato ai suoi genitori: «Egli è qui… come segno di contraddizione affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34). All’inizio della sua missione, nella sinagoga di Nazaret la sua omelia creò divisione: alcuni furono ammirati di lui, ma altri lo denigrarono. Anche in seguito alcuni, peccatori, lo accolsero, mentre altri, pii e osservanti, addirittura complottarono per ucciderlo. Sul Golgota uno dei due crocifissi con lui lo insultava, mentre l’altro lo riconosceva innocente e lo supplicava.
Pur avendo sempre raccomandato ai suoi discepoli il perdono reciproco e l’unità tra loro, la sua missione creò conflitti: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione». Il conflitto, però, non va identificato immediatamente con la violenza e la guerra: fa parte della vita ed è uno dei normali elementi dell’esperienza umana. Il punto è: come affrontarlo e risolverlo senza fare e farsi del male? Il Vangelo non fornisce ricette specifiche, non è un manuale per la gestione dei conflitti, ma ci può aiutare anche in questo.
Innanzitutto vediamo che Gesù ha vissuto molti conflitti e questo ci fa capire che il conflitto non è peccato e non va evitato a ogni costo. Se il conflitto c’è, lo si può affrontare: bisogna scegliere il tempo e il modo più opportuni, ma non si può fare finta di niente a tempo indeterminato.
D’altra parte, molto dipende dai motivi del conflitto: a volte si può anche decidere di rinunciare, se si riesce veramente a lasciare perdere e non si continua a covare rabbia e risentimento. «A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica» (Lc 6,29).
Sulla verità del Vangelo, però, Gesù non ha voluto transigere, ma bisogna ricordare che alla fine è rimasto vittima del conflitto: aver ragione purtroppo non garantisce affatto un esito felice. Nella Chiesa – e ultimamente a volte anche nella società civile – onoriamo i martiri, cioè coloro che sono rimasti vittime del conflitto, anche se combattevano dalla parte della verità.
Oggi viviamo in una società in cui i mezzi di comunicazione sono sempre più diffusi e utilizzati, perciò le comunicazioni si moltiplicano e aumentano anche i rischi di gestire male il confronto e il conflitto. Si corrono soprattutto due rischi che molto spesso vanno insieme: da una parte formare gruppi di persone che la pensano tutte allo stesso modo e si danno ragione reciprocamente; dall’altra, quando qualcuno manifesta un pensiero diverso, aggredirlo, svalutarlo, ridicolizzarlo o magari bullizzarlo, senza prendere in considerazione le sue ragioni.
È importante mantenere la consapevolezza che ancora non possediamo interamente la verità: in passato alcune realtà come la schiavitù, la guerra, il ruolo subalterno delle donne ci sembravano giuste, ma poi abbiamo capito che non lo erano. Non si tratta di diventare relativisti, cioè di mettere in dubbio l’esistenza della verità o la possibilità di conoscerla, ma di essere umili nel ricercarla e rispettosi nel difenderla. Quando si diventa tracotanti e irrispettosi, anche nel sostenere che due più due fa quattro, c’è qualcosa che non va. «La verità non si impone che per la forza della verità stessa» (Dignitatis Humanae 1).
Meditazione 20^ domenica del tempo ordinario 17/08/2025
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