Meditazione 4^ domenica del tempo ordinario 01/02/2026

Le beatitudini del Vangelo secondo Matteo sono tra i brani più importanti del Nuovo Testamento e sono state commentate da tanti autori. La maggior parte di essi cerca di spiegare cosa voglia dire “poveri di spirito” partendo dal greco, la lingua in cui sono state scritte. Invece uno scrittore che dice di essere non credente, Erri De Luca, risalendo all’ebraico, la lingua più vicina a quella parlata da Gesù – l’aramaico – ha colto nella prima beatitudine una implicita citazione del profeta Isaia: “Così parla l’Alto e l’Eccelso, che ha una sede eterna e il cui nome è santo. «In un luogo eccelso e santo io dimoro, ma sono anche con gli oppressi e gli umili di spirito, per ravvivare lo spirito degli umili e rianimare il cuore degli oppressi»” (Is 57,15). Gli oppressi (De Luca traduce “calpestati”) e gli umili (o “umiliati”) di spirito sono le vittime della violenza dei potenti, ma il Dio eccelso e santo – noi forse diremmo nel nostro linguaggio: trascendente – è vicinissimo a loro, è con loro, dice Isaia.
Sono state scritte tantissime pagine su cosa voglia dire “poveri” nelle beatitudini e su cosa sia la povertà evangelica: tutto molto giusto, ma se davvero Gesù stava riprendendo la profezia di Isaia, allora i “poveri” dei quali proclama la beatitudine non sono persone che scarseggiano di beni materiali o che possiedono una certa disposizione interiore, come l’umiltà, ma le vittime della storia, quelli che sono umiliati e schiacciati.
Il regno di Dio viene e non appartiene ai (pre)potenti di questo mondo, ma a quelli che sono schiacciati, a quelli che soffrono nel vedere il male, a quelli che non si impongono con la violenza e a quelli che chiedono giustizia.
Che cos’è questo regno di Dio? Gesù non ne ha mai dato una definizione, ma ne ha parlato con parabole, immagini, racconti. A me piace pensarlo come un mondo invisibile, ma reale, nascosto nella realtà di tutti i giorni. Un mondo fatto di relazioni buone, belle, gratuite, generose, sincere… Il mondo in cui vorrei vivere sempre e nel quale spesso mi è stato dato di entrare. I potenti e i furbi di questo mondo ci passano accanto e non lo vedono: per loro esistono solo le alleanze interessate, le prepotenze, le bugie, le furbizie, le vendette, i ricatti… Non hanno idea che possa esistere un mondo diverso da quello che il loro egoismo crea e dal quale traggono i loro vantaggi vergognosi. Invece quel mondo buono, il regno di Dio, esiste e chi vi entra trova in esso la felicità.
Tutto il discorso della montagna – che inizia con le beatitudini – descrive comportamenti che di solito interpretiamo come un codice morale, una legge da mettere in pratica con il nostro impegno. C’è anche questo, non si può negare, ma prima di tutto è la descrizione di un nuovo modo di vivere che Dio ci vuole donare, nuove relazioni tra noi e con lui, un Dio che è Padre provvidente e benevolo, non giudice e antagonista.
C’è anche un’altra suggestione che possiamo cogliere dalla lingua ebraica, sottostante al greco del Nuovo Testamento. “Beati” si dice ashrè: l’etimo di questo vocabolo viene dal verbo ashar che significa andare avanti, camminare. La beatitudine allora non sarebbe – come a volte si pensa – una tranquillità immobile e un po’ indolente, ma un cammino, un percorso, perciò una continua scoperta. Rispetto a chi resta impantanato nel male e imprigionato nel vuoto di senso, gli oppressi e i miti, quelli che si affliggono per il male del mondo e quelli che chiedono giustizia sono già in cammino nel mondo nuovo che Dio sta donando.


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