Il brano evangelico della quinta domenica di Quaresima dell’anno A è collegato al terzo e ultimo scrutinio battesimale: una catechesi sul peccato e sul battesimo.
Nella terza domenica ci è stato insegnato che il peccato è una ricerca di soddisfazione, una “sete” che non si placa e ci fa ripetere sempre gli stessi errori perché attinge a una fonte che non può dissetare, mentre il battesimo ci immerge nell’amore di Cristo che è morto e risorto per noi e non solo ci disseta, ma ci fa diventare una sorgente anche per gli altri.
Domenica scorsa, nel racconto della guarigione del cieco nato, ci è stato detto che il peccato è “cecità”, cioè ignoranza e ottusità riguardo al bene e al male, mentre il battesimo, la fonte di Colui che è stato inviato da Dio, ci illumina e ci fa “vedere”, comprendere le realtà invisibili.
Oggi il brano della risurrezione di Lazzaro ci dice che il peccato è morte. Come affermazione può sembrare esagerata, anche perché i peccatori peggiori sembrano tutt’altro che morti: sempre in movimento, si danno un gran daffare e hanno tutta l’aria di godersi la vita. Tuttavia, per fare il male, per creare dolore negli altri, per tradire la loro fiducia, in chi fa queste cose deve morire un po’ alla volta l’umanità, dev’essere sepolta l’empatia, va perduto il gusto del bene, della sincerità, dell’amore vero. Senza contare che su vasta scala vediamo proprio in questi ultimi mesi e anni le conseguenze della ricerca a tutti i costi del potere e del profitto: guerre, migrazioni forzate, miseria… Per il nostro bene Dio ci dice di non peccare: «Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male. […] io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita!» (Dt 30,15.19). Il peccato è morte, anche se la voce del serpente continua a ripetere: «Voi non morirete affatto!» (Gen 3,4).
Anche nel battesimo c’è una morte, ma di tutt’altro tipo: muore l’uomo vecchio e ci si riveste dell’uomo nuovo, a immagine di Cristo risorto. Anche questa può sembrare una metafora troppo drammatica, con una enfasi eccessiva, ma ogni rinuncia – e prima di essere battezzati si pronuncia per tre volte la rinuncia al peccato – fa sentire una mancanza, un vuoto. La rinuncia a fare e ad avere “tutto quello che voglio” a volte può essere costosa e sul momento può essere sentita come una diminuzione di sé, una “mortificazione”. Ma si tratta di un passaggio necessario per accedere alla pienezza della vita vera, alla comunione con Dio e il prossimo, a una esistenza pienamente umana.
Dopo la triplice rinuncia al peccato, nel rito del battesimo si fa la professione di fede, cioè si esprime la propria fiducia in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo: ci si mette nelle sue mani dopo aver rinunciato a fare di se stessi la legge delle proprie azioni; si accetta di essere guidati da lui verso la pienezza della vita di cui non abbiamo esperienza diretta e della quale non conosciamo ancora la strada. Veniamo quindi battezzati – parola che significa “immersi” – e usciamo dal fonte battesimale come Cristo è uscito dal sepolcro, per camminare in una vita nuova. Indossiamo poi la veste bianca come segno che ci siamo rivestiti di Cristo facendo nostro il suo pensiero, la sua mentalità, il suo modo di valutare le realtà terrene ed eterne, le sue scelte, le sue azioni.
Come ha chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro, così la voce di Gesù ci chiama per nome – il nostro nome di battesimo – per farci camminare nella pienezza di vita.
Meditazione 5^ domenica di Quaresima 22/03/2026
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