«Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). È una frase che abbiamo sentito tante volte e, nella Chiesa cattolica, forse molte più volte abbiamo sentito quella che segue, sul “primato” di Pietro. Ma cosa intendeva dire Pietro con quella frase? E cosa intendeva Gesù?
Gesù comincia col chiedere: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Fa riferimento a una visione del profeta Daniele che vide «venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo [Dio] e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto» (Dan 7,13-14). Gesù chiede ai suoi discepoli: chi è questo “simile a un figlio dell’uomo” al quale Dio darà un potere eterno?
La maggior parte degli ebrei di quel tempo pensava che sarebbe stato un uomo; qualcun altro invece pensava che sarebbe stato un angelo o comunque un essere celeste: magari Elia che non era morto, ma era stato rapito in cielo, oppure un profeta che sarebbe risuscitato, come Geremia o Giovanni battista. Molti (anche i discepoli di Gesù) credevano non che Elia fosse il Messia, ma che sarebbe tornato per preparare la sua venuta. Il Messia sarebbe stato un re, discendente di Davide, oppure somigliante a Davide, che Dio avrebbe adottato come suo “figlio”.
Altri ancora credevano che ci sarebbero stati non uno, ma ben due Messia: un re e un sommo sacerdote. Infatti la parola greca ‘Cristo’ e quella ebraica ‘Messia’ fanno riferimento al rito della unzione col quale si consacrava il re d’Israele, ma anche il sommo sacerdote. Quindi il “Figlio dell’uomo”, il Cristo-Messia era uno (o due), consacrato da Dio con l’unzione per regnare non solo su Israele, ma su tutto l’universo.
Non è finita qui: a un certo punto si diffuse anche l’attesa di un “messia figlio di Giuseppe”. Prima del trionfo del Messia definitivo, del “figlio di Davide”, un altro Cristo, discendente di Giuseppe (il figlio di Giacobbe-Israele), sarebbe stato ucciso dalle forze del male: sarebbe stato un Messia sofferente, come quello profetizzato da Isaia.
In qualche modo Gesù ha adempiuto tutte queste attese, ma si potrebbe anche dire altrettanto giustamente che le ha deluse, perché è stato un Cristo-Messia diverso da quel che si aspettavano tutti i suoi contemporanei.
Quale Cristo-Messia aveva in mente Pietro? Da quel che leggiamo in seguito, pensava a un Cristo vincitore, trionfatore: non lo sfiorava nemmeno l’idea di un Cristo perdente e sofferente. Il Figlio dell’uomo riceverà “un potere eterno, che non finirà mai”: come può soffrire e morire?
Ancora oggi c’è chi non riesce a tenere insieme il Gesù-uomo che muore soffrendo nell’angoscia e il Cristo Figlio di Dio, ma a pensarci bene non è poi tanto strano. Forse è una tentazione che prima o poi abbiamo tutti: ci si commuove il venerdì santo pensando ai dolori della passione, ma poi ci si scandalizza perché “l’Onnipotente” non interviene a togliere i dolori piccoli e grandi, individuali e planetari. Non possiamo negare che il Cristo sia passato per la porta stretta del dolore, ma poi facciamo nostra la preghiera, blasfema e umanissima, del malfattore crocifisso con lui: “Salva te stesso e noi!”.
La nostra fede somiglia in fondo a quella di Pietro: riconosciamo Gesù come Cristo nostro salvatore, ma abbiamo le nostre idee su come ci deve salvare, e ci vuole tempo – a volte tutta una vita – per capire il suo dono e accoglierlo. Eppure è questa fede così imperfetta la roccia sulla quale costruire la nostra casa: se aspettiamo di aver capito tutto per bene, non cominceremo mai a seguire Gesù. Si incarica lui di farci crescere, di correggerci, di farsi conoscere come è veramente e non come lo immaginiamo.
Meditazione 21^ domenica del tempo ordinario 23/08/2026
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