Per la quarta domenica di seguito il brano del Vangelo è tratto dai discorsi polemici di Gesù. È una scelta che può meravigliare o addirittura turbare: come si concilia il messaggio di amore di Cristo con la durezza di queste polemiche? Bisogna però tenere presente che non sta disputando su una dottrina astratta o su una norma liturgica, ma sta affrontando quelli che hanno deciso di ucciderlo.
Questa volta addirittura farisei ed erodiani, che erano nemici tra loro, si presentano insieme per sfidarlo. Il loro tranello è ben congegnato: se Gesù risponderà di non pagare le tasse agli invasori romani, potranno denunciarlo come sedizioso; se invece dirà di pagare le tasse all’imperatore, sarà considerato un collaborazionista. Tra l’altro, tutti sapevano che una parte delle tasse restava nelle mani degli esattori, i pubblicani, mentre un’altra bella fetta finiva nelle tasche di Pilato. Per questo l’esazione avveniva spesso con la violenza e i pubblicani erano odiati da tutti. Insomma: le tasse erano l’argomento ideale per fare odiare qualcuno.
La risposta di Gesù, ridotta all’osso, significa: “Sì, pagate le tasse all’odiato invasore”, ma non ha suscitato la reazione attesa dai suoi nemici perché ha fatto capire che sottomettersi a quella richiesta dell’imperatore straniero non andava a scalfire i diritti di Dio. L’imperatore aveva il potere in questo mondo; garantiva l’ordine nella società, perciò gli si doveva obbedienza. Ma non era un dio: a lui bisognava negare non i soldi delle tasse, ma l’adorazione, e per questo rifiuto molti cristiani nei secoli seguenti hanno pagato con la vita, pur essendo sudditi leali all’autorità.
Mescolare religione e politica è un trucco vecchio di migliaia di anni: può servire ai politici per legittimare e rafforzare il proprio potere e le proprie scelte, ma può anche servire alle religioni e ai loro capi per ottenere privilegi, esenzioni e quant’altro. L’alleanza tra trono e altare è un’alleanza di potere, anzi: di potenti. Una pagina troppo presto dimenticata del concilio Vaticano II afferma: “La Chiesa […] in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico. […] essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza” (Gaudium et Spes 76).
Oggi non siamo più sudditi, ma cittadini, quindi a maggior ragione dobbiamo evitare l’adorazione del potere e il servilismo nei confronti dei potenti. Ma all’autorità civile dobbiamo comunque obbedienza in tutto ciò che serve al bene comune, “non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza” (Rom 13,5).
Invece, a Dio dobbiamo tutto quanto siamo e abbiamo. Dare a Dio quel che è di Dio significa consegnare nelle sue mani tutta la nostra vita, vincendo la paura che ci verrà a mancare qualcosa o il sospetto che Dio non voglia il nostro vero bene. Dice la preghiera di sant’Ignazio di Loyola:
Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà,
la mia memoria,
la mia intelligenza
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
Tu me lo hai dato,
a Te, Signore, lo rendo;
tutto è tuo, di tutto disponi
secondo la Tua volontà:
dammi solo il Tuo amore e la Tua grazia;
e sono ricco abbastanza.
Meditazione 29^ domenica del tempo ordinario 18/10/2026
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