Il brano evangelico di questa domenica è la prima delle tre parabole del capitolo 25 del Vangelo secondo Matteo. Sono parabole insolitamente minacciose, in cui c’è qualcuno che viene premiato ma qualcun altro viene castigato senza pietà: per comprenderle bene credo che bisognerebbe leggerle tutte di seguito, senza fermarsi. Invece la liturgia ce le propone una alla volta in questa domenica e nelle due successive.
Questa prima parabola è molto strana: parla di una festa di nozze, ma la sposa non viene neppure nominata. Sembrano più importanti le damigelle d’onore che in effetti sono le vere protagoniste del racconto. Sono tutte invitate alle nozze, ma entreranno nella sala della festa solo quando arriverà lo sposo. Il loro compito è attenderlo e accoglierlo con un corteo di luci, perciò portano con sé delle lampade. L’attesa è lunga e si addormentano tutte, proprio tutte, quindi la colpa non è quella di essersi addormentate. La colpa delle cinque ragazze stolte è quella di non essere presenti quando lo sposo arriva. Non avevano messo in conto che l’attesa avrebbe potuto essere lunga e sono andate troppo tardi a comprare il combustibile per le lampade.
Il senso globale della parabola è abbastanza evidente: lo sposo che tornerà dopo una lunga attesa, magari molto lunga, è Gesù. Bisognerà essere pronti ad accoglierlo: quando tornerà, non ci sarà più tempo per andare a comprare l’olio. Ma che cos’è quest’olio che alimenta le lampade?
Saranno le due parabole seguenti a farcelo capire meglio, ma fin da ora si può ricordare una frase del discorso della montagna: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,21-23). Il dialogo tra lo sposo e le ragazze stolte è più breve, ma molto simile: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”.
Non si tratta di “accumulare meriti” come fossero taniche di olio: c’è un tempo – ed è questo – che ci viene donato per essere luce nel mondo: «Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5,16).
Ma è un tempo che non dura per sempre: «Dobbiamo compiere le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può più operare» (Gv 9,4). L’insolita durezza di questa parabola e delle seguenti è un ammonimento per il nostro bene: non si può rimandare a domani o a data da destinarsi il compimento della volontà di Dio. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 6,2).
L’attesa del Signore si è fatta molto lunga: rischiamo di non aspettarlo più, di non avere più fiducia nelle sue promesse. Invece il Signore tornerà e ci accoglierà, ci riconoscerà come suoi, se avremo cercato di fare la sua volontà.
Pensiamo spesso alla misericordia di Dio come all’amnistia per tutte le nostre colpe, ma è grande misericordia di Dio anche il dono di questo tempo – che a un certo punto finirà – in cui possiamo ricevere la sua parola e metterla in pratica, diventando luce del mondo.
Meditazione 32^ domenica del tempo ordinario 08/11/2026
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