La festa della prima domenica dopo Natale ha un’origine piuttosto recente: è stata istituita nel 1893 da Papa Leone XIII per indicare nella santa Famiglia di Nazaret “il vero modello di vita” per le nostre famiglie, al quale ispirarsi e dove trovare aiuto e conforto. In realtà, come modello è talmente elevato e possiede singolarità tali da renderlo difficilmente imitabile, tuttavia nelle letture di quest’anno ci sono sicuramente degli spunti di riflessione che possono illuminare la nostra vita e le nostre scelte.
Nella pagina del libro del Siracide sta scritto: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore». Forse questa – nell’antichità – era una situazione-limite, mentre oggi i progressi della medicina hanno allungato la vita di tante persone, ma non sono ancora riusciti – se non in misura estremamente ridotta – a contrastare il decadimento cognitivo. Ci sono – per fortuna – persone anziane perfettamente lucide e in grado di gestire la propria vita, ma sono sempre più numerose le persone anche piuttosto giovani che perdono gradualmente tutte le proprie facoltà mentali, al punto da non riconoscere nemmeno le persone che le accudiscono.
Fino a qualche decennio fa, una persona anziana non autosufficiente poteva essere accudita in famiglia, soprattutto dalle numerose figlie, nuore e nipoti, ma oggi nella nostra società sono cambiati sia il ruolo della donna che la demografia, perciò è sempre più difficile gestire queste situazioni. Se mantengono ancora un po’ di lucidità, queste persone anziane possono anche sentirsi in colpa per i problemi che la loro condizione crea alla gestione familiare e qualcuno arriva addirittura a desiderare di morire per non essere di peso ai familiari. Dal punto di vista sociale, questo è un problema sempre più grave che richiede risposte anche a livello politico, ma per quanto riguarda la vita cristiana di ciascuno di noi questo è il vero contenuto del comandamento “Onora il padre e la madre”. Ai bambini della prima confessione si insegna a obbedire e rispettare i genitori, ed è giusto, ma in realtà il comandamento è rivolto a persone adulte e, oltre al rispetto, prescrive di prendersi cura dei propri genitori, specie quando essi non sono più in grado di prendersi cura di sé. Le modalità concrete di questa cura possono essere diverse, ma nell’impostare la propria vita è importante che i genitori anziani (e anche i figli) non siano considerati un ostacolo, un peso o un dovere gravoso che va ad aggiungersi alle tante, forse troppe, incombenze della nostra vita.
La vita non può essere tutta una rincorsa e una competizione: la vita è soprattutto relazione, perciò i familiari non autosufficienti non sono zavorra da scaricare o rami secchi da tagliare, ma persone di cui avere cura. Certo, se “perdono il senno”, come dice il Siracide, o addirittura nei casi più gravi non parlano e non danno più segno di riconoscere i familiari, la relazione diventa sempre più difficile, ma non impossibile. Quando vengono meno i discorsi e le parole, l’amore trova altre strade per comunicarsi.
L’autore della lettera agli Efesini fa notare che “Onora il padre e la madre” “è il primo comandamento associato a una promessa [di Dio]: perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra” (Ef 6,1-3; cf. Dt 5,16). Dio promette nientemeno che la felicità a chi adempie questo comandamento, perciò prendersi cura degli anziani non autosufficienti non è una scelta stoica o addirittura doloristica, anche se certamente comporta moltissimi sacrifici. È una scelta che alla fine rende felici, e come sacerdote posso testimoniare di avere conosciuto molte persone che hanno sacrificato tanto per assistere i loro genitori, ma anche se avessero potuto tornare indietro, non avrebbero assolutamente fatto una scelta diversa.
Meditazione Sacra Famiglia 28/12/2025
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