Il tempo di avvento è tempo di preparazione al Natale e quindi tempo di attesa, ma la parola ‘avvento’ vuol dire venuta, non attesa: facciamo memoria della prima venuta di Cristo nella storia, attendiamo la sua ultima venuta alla fine dei tempi e vigiliamo per essere capaci di accogliere la sua venuta nascosta e misteriosa nel nostro tempo.
Il brano evangelico della prima domenica di avvento fa parte di un discorso più ampio piuttosto difficile da interpretare perché intreccia l’annuncio della fine di Gerusalemme con quello della fine del mondo, ma possiamo comunque cogliere in esso qualche insegnamento per il nostro “oggi” in modo che ci aiuti a discernere la venuta attuale del Signore nella nostra vita. Il tono di questi versetti è minaccioso, perché la venuta del Signore è una minaccia, anzi una rovina per quella vita che non tiene conto di lui. Invece, per il “servo fidato e prudente” che agisce secondo la volontà del padrone, la sua venuta è beatitudine, è gioia (cf. v. 46).
Vengono esposte tre “micro parabole”. La prima e la terza fanno capire che non ci sarà alcun preavviso alla venuta del Signore: arriverà come ai tempi di Noè, quando tutti facevano… quel che fanno tutti. Mangiavano e bevevano, cioè provvedevano ai propri bisogni; prendevano moglie e prendevano marito, cioè facevano progetti a lungo termine. Avrebbero forse dovuto smettere di mangiare e bere? Avrebbero dovuto smettere di sposarsi? No, ma avrebbero dovuto convertirsi senza aspettare un ultimatum: il male va rifiutato perché è male, non per timore di un castigo, e il bene lo si fa perché è bene, non in vista di un premio. Il tempo per fare il bene e rigettare il male è questo, è il presente, non il futuro. Rimandare la propria conversione al Signore è una stoltezza, perché nessuno sa quanto tempo gli resta, nessuno sa quando arriva la fine. Sappiamo però che arriva certamente e perciò ogni giorno è prezioso, è tempo favorevole per accogliere il Signore.
Anche la parabola del ladro fa capire che non ci sono preavvisi alla venuta del Signore, ma cosa vuol dire essere sempre vigilanti? Non significa non dormire mai: è impossibile restare sempre svegli. Però possiamo cercare di essere disponibili alla sua volontà anche quando comporta dei cambiamenti nella nostra vita. Se siamo attaccati ai nostri progetti, alle nostre “cose”, allora la sua venuta la percepiamo come una minaccia che incombe: ci sembra di essere derubati, mentre è invece un dono di vita nuova.
La seconda parabola è un po’ diversa. La venuta finale del Signore ci porterà via tutti, e allora perché qui si dice che “uno sarà preso e l’altro lasciato”? Fanno tutti/e e due le stesse cose, nello stesso modo. Questo significa che non c’è una strategia per non essere presi, non c’è modo – per fortuna – di prevenire la venuta del Signore nella nostra vita, per poter andare avanti con i nostri progetti e difenderli a ogni costo. Non c’è un modo per garantirsi di essere lasciati: possiamo solo svolgere il nostro lavoro quotidiano – il campo, la macina – in modo da poterlo riconsegnare e offrire in ogni momento.
La vita minacciata dalla venuta del Signore è una vita che rifiuta la sua iniziativa e crede di essere autosufficiente, come se dovesse durare per sempre.
Gli antichi dicevano “Respice finem”, ma in italiano “fine” può essere femminile o maschile: la fine o il fine. La fine fa paura perché vuol dire azzeramento, vuoto, cancellazione. Il fine invece vuol dire traguardo, completamento, pienezza, perciò è desiderabile e desiderato. Pensare alla fine può aiutare a non dare troppa importanza a cose che passano, ma fa paura perché sappiamo cosa lasciamo e non cosa troveremo. Invece, tenere presente “il” fine, dove vogliamo arrivare, ci aiuta scegliere i mezzi che ci aiutano davvero e a lasciare perdere ciò che ci appesantisce. La venuta del Signore non è la fine, ma il fine della nostra vita: se desideriamo incontrarlo non ne avremo timore.
Meditazione 1^ domenica di Avvento 30/11/2025
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