Ogni anno, nella prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci propone di meditare sulle tentazioni di Gesù nel deserto. Gesù trascorse 40 giorni nel deserto così come il popolo ebraico vi trascorse quarant’anni. Perché?
Gli israeliti sono usciti dall’Egitto in una sola notte, ma poi ci sono voluti quarant’anni perché l’Egitto uscisse dalla loro testa. In altre parole, anche se erano schiavi degli egiziani e soffrivano, in qualche modo gli israeliti si erano adattati a quella situazione. Chiedevano a Dio di essere liberati, ma poi hanno capito che non volevano perdere le loro misere sicurezze: avevano da mangiare, avevano le loro case e in qualche modo tiravano avanti. Invece nel deserto a volte mancava l’acqua, a volte mancava il cibo e potevano portare con sé pochissime cose perché ogni tanto dovevano spostare le tende e trasferirsi da un’altra parte. Questa precarietà era necessaria per insegnare loro a fidarsi di Dio e a condividere tra vicini aiutandosi gli uni gli altri: diventare un vero popolo, il popolo di Dio, anziché una massa di schiavi.
Quando abbiamo tutto quello che ci serve, viene spontaneo illudersi di essere autosufficienti, di non avere bisogno di nessuno. Invece, quando ci troviamo in una situazione di incertezza e di mancanza, come la malattia, la solitudine, la precarietà economica o altro, scopriamo di essere fragili e di non riuscire a farcela da soli. Il “deserto”, la spoliazione, è un’esperienza dolorosa ma necessaria per vincere le illusioni e farci comprendere la nostra condizione di creature bisognose.
Contemporaneamente, la situazione di bisogno crea anche la tentazione di adoperare gli altri e perfino Dio, se fosse possibile, per soddisfare i propri bisogni. Si farebbe di tutto, pur di uscire dal “deserto”: nessuno ci resta dentro volentieri. Gesù, prima di iniziare la sua missione, ha trascorso quaranta giorni nel deserto per condividere con noi questo “vuoto”, questa mancanza, e vincendo le tentazioni ci ha insegnato ad avere fiducia in Dio e a non cercare di piegarlo alla nostra volontà.
La quaresima è un tempo nel quale ci imponiamo qualche rinuncia come segno della nostra disponibilità a donare a Dio tutta la nostra vita, anche se in realtà le privazioni che non scegliamo noi sono molto più costose e difficili. Rinunciamo per ricordare a noi stessi che siamo bisognosi, che dipendiamo in tutto e per tutto da Dio e dagli altri, che c’è molto di superfluo nella nostra vita e che questo superfluo spesso ci distrae, ci fa trascurare l’essenziale.
Il deserto vero non lo decidiamo noi e non entra nella nostra vita in una data prestabilita, ma la quaresima ci ricorda che esiste e che lo si può attraversare con l’aiuto di Dio, dandogli tutta la nostra fiducia e la nostra obbedienza.
Le tentazioni sono di tanti tipi, ma alla fin fine si riducono a quelle tre che Gesù ha affrontato e vinto: pensare solo a sé stessi e ai propri bisogni; cercare di piegare Dio alla nostra volontà (“tentare Dio”); raccontare a noi stessi e agli altri che facciamo tutto “a fin di bene”, anche quando lo facciamo solo per noi stessi. In quaresima facciamo memoria dei “deserti” della nostra vita e ci prepariamo ad attraversare quelli che verranno nella consapevolezza che la nostra conversione è opera di Dio, perché solo lui conosce le nostre “cipolle di Egitto”, i nostri attaccamenti dai quali dobbiamo essere spogliati per diventare liberi davvero.
Meditazione 1^ domenica di Quaresima 22/02/2026
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