Meditazione 11^ domenica del tempo ordinario 14/06/2026

Il brano di questa 11ª domenica del tempo ordinario in pochissimi versetti contiene tanti spunti di riflessione. Il primo che cerco di cogliere riguarda l’immagine della messe, cioè del raccolto.
Quando ero giovane, ho conosciuto contadini anziani che mi raccontavano che per mietere il grano o il fieno chiedevano al parroco la dispensa per lavorare anche la domenica, perché se fosse caduta la pioggia o peggio ancora la grandine prima che la mietitura fosse finita, avrebbero perso il raccolto, in parte o del tutto. Quando il frutto è pronto non si può aspettare, bisogna agire subito, altrimenti si perde il lavoro di mesi.
Gesù vede tanta povera gente e prova compassione per loro, perché sono stanchi e sfiniti, come pecore senza pastore, ma il suo sguardo non coglie solo le loro difficoltà: la loro situazione di bisogno è anche un’opportunità. Un’opportunità non per lui, per aumentare il numero dei suoi seguaci (proselitismo), ma per loro: nelle loro difficoltà, nel loro essere bisognosi di sostegno e aiuto, nello scoprirsi non autosufficienti possono aprirsi all’ascolto e all’incontro e ricevere molto di più di quello che stanno cercando. Quando tutto va bene, è facile credere di non aver bisogno di nulla e di non avere il tempo e la voglia di prendere in considerazione qualcosa di diverso dai propri interessi e obiettivi. Nelle loro difficoltà assomigliano a un gregge sbandato, ma anche a un campo pronto per la mietitura. Lo sguardo di Gesù vede I loro problemi con compassione, ma coglie anche il possibile positivo. La compassione è il sentimento che gli permette di sentire e condividere le loro sofferenze, ma non si ferma lì: colui che ha detto “Beati i poveri, beati quelli che si affliggono”, vede più in là.
Per me, prete, e forse non solo per me, questo sguardo contiene un grande insegnamento.
Davanti alle sofferenze delle persone il primo rischio è quello di non provare compassione, di non vedere il loro dolore o, pur avendolo visto, di non lasciarsi coinvolgere e tirare dritto senza fermarsi. Invece Gesù dice ai suoi inviati: «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni», cioè «Date il vostro aiuto a chi ne ha bisogno».
Prima, però, dice: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino», cioè fate conoscere, attraverso la vostra presenza e la vostra azione, che Dio è vicino a loro. Non li manda solo ad affrontare problemi materiali, ma ad annunciare il Vangelo attraverso la prossimità e la solidarietà. Con le loro azioni devono rendere credibile il loro annuncio.
Il segno distintivo della loro azione e del loro annuncio dovrà essere la gratuità: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». In un mondo dove tutto o quasi si vende e si compra, il segno della trascendenza è la gratuità, è uscire dai meccanismi del “do ut des”, del non fare “niente per niente”.
Gesù affida la sua stessa missione, le stesse cose che lui fa e dice, ai Dodici: anche a Giuda Iscariota che lo tradirà, anche a Pietro che lo rinnegherà. Possiamo pensare che nessuno di loro sia perfetto, nessuno senza difetti o colpe, ma Gesù dà loro ugualmente fiducia. Quelli che nei secoli continueranno questa missione non saranno migliori dei Dodici: l’importante è che si attengano a ciò che il Signore ha comandato.


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