Meditazione 12/12/2025

Per la nostra salvezza si è incarnato
Dal Catechismo della Chiesa Cattolica (457): “Il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio «che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4,10). «Il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1Gv 4,14).
«Egli è apparso per togliere i peccati» (1Gv 3,5)”. Sono citazioni letterali dal NT che andrebbero spiegate a lungo. In seguito, il Catechismo parla della passione, morte e risurrezione, ma se Gesù ci ha salvato con la sua morte in croce, potremmo chiederci: a cosa è servita la sua vita?
In realtà non solo la morte di Cristo, ma tutta la sua vita è redenzione, salvezza dai nostri peccati.
Il Catechismo lo afferma, ma (come quasi sempre) non si dilunga nelle spiegazioni. Vogliamo riflettere oggi sui misteri della sua nascita e della sua infanzia in quanto dono di salvezza per noi.
L’annunciazione, la verginità: ancora oggi nell’ebraismo la verginità non è un valore, ma nel Primo Testamento era quasi equiparata alla sterilità che era una vergogna e una maledizione. Nel mondo pagano c’erano tradizioni diverse, ma è nel cristianesimo che la verginità diventa un valore vero e proprio: la maternità diventa una scelta e non l’unico modo possibile di realizzare la femminilità.
Ida Magli, antropologa, non credente, vedeva nella vita monastica femminile l’inizio dell’emancipazione della donna. Contemporaneamente si afferma anche la castità come valore e modo di amare.
La nascita a Betlemme, la povertà. La povertà era una condizione ambivalente nell’AT: Dio aveva a cuore i suoi poveri, tuttavia il benessere materiale era considerato segno della benedizione divina. Solo con la povertà vissuta da Gesù fin dalla nascita la povertà (non la miseria) diventa un valore, mentre la ricchezza diventa oggetto di condanna (sempre poi mitigata in seguito dalla Chiesa…).
La vita nascosta, l’obbedienza. Fin dall’alleanza del Sinai l’obbedienza è il modo in cui l’essere umano risponde all’iniziativa di Dio che si rivela e si dona: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!» (Es 24,7). Tuttavia, l’obbedienza tra esseri umani è segno di sottomissione e di inferiorità. La sottomissione di Gesù ai suoi genitori eleva l’obbedienza alla dignità di valore.
In un mondo che cerca il piacere, il possesso e l’auto affermazione, l’incarnazione di Gesù fin dal suo compimento ci offre la via della salvezza nella castità, povertà e obbedienza: un altro modo di essere umani, non più in competizione ma nella comunione.
Ci sono però anche altri doni che l’incarnazione ci offre. Tra questi:
La presentazione al Tempio (il riscatto del primogenito). Nel mondo greco-romano il padre aveva sui figli diritto di vita e di morte: i figli gli appartenevano ed era la famiglia a decidere tutto, compresa la professione e il matrimonio. L’obbligo di consacrare a Dio il primogenito, stabilito dalla Legge di Mosè, faceva capire invece che i figli appartengono a Dio e alla loro vocazione.
Gesù porterà a compimento questa emancipazione dei figli dalla volontà della famiglia.
L’infanzia. Nell’antichità i bambini erano amati, sì, ma non avevano veri e propri diritti, o molto pochi. Che il Redentore abbia avuto un’infanzia e non sia disceso dal cielo già adulto ha dato all’infanzia una dignità e un’importanza che prima non aveva.
Il lavoro manuale. Era un valore per i farisei, ma non per tutti nel mondo antico e nei secoli seguenti. Per esempio Manzoni nell’Adelchi parla del “nobile sudore” del re guerriero in contrasto con il “servo sudore” dei lavoratori della terra. Che Gesù fosse conosciuto come “il carpentiere” (Mc 6,3) riscatta e difende la dignità del lavoro manuale.
Ci sono sicuramente anche altri valori da considerare, ma già questi ci dicono che l’incarnazione ha cambiato il nostro modo di pensare e di agire, liberandoci dai peccati che corrompevano (e ancora corrompono, se non accogliamo la salvezza) la vita umana, la famiglia e il lavoro.


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