Al termine del discorso missionario, che abbiamo ascoltato nelle scorse domeniche, Gesù chiede ai suoi inviati una decisione e conclude con un incoraggiamento.
La decisione consiste nel coraggio di superare l’opposizione non solo dei nemici – di cui aveva già parlato – ma anche dei familiari, di quelli che ti vogliono bene. Le minacce dei nemici incutono paura, ma a volte può essere ancora più difficile scontentare le attese degli amici e dei parenti.
Gesù stesso ha dovuto opporsi alla sua famiglia per poter continuare la sua missione. Sua madre e i suoi fratelli lo volevano prelevare e riportare a casa perché lo credevano impazzito (cf. Mc 3,21) e perché secondo loro disonorava la famiglia. Perciò la frase “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (v. 37) non si riferisce a una specie di graduatoria dei sentimenti, ma al compiere la volontà del Signore anche a costo di scontentare le attese della propria famiglia. I doveri nei confronti dei figli e dei genitori sono sacri, ma non fino al punto di passare davanti alla volontà di Dio: all’onestà, alla giustizia, alla vocazione.
Dopo di ciò, Gesù conclude il suo discorso con un incoraggiamento: i suoi inviati non troveranno solo opposizione e persecuzioni, ma anche accoglienza e aiuti. Nessun gesto di sostegno, per quanto piccolo, resterà senza ricompensa, perché il Signore sa quanto può essere prezioso un bicchiere d’acqua, una parola buona, una gentilezza gratuita. I missionari del Vangelo non vanno per il mondo come ricchi autosufficienti che danno agli altri e non hanno bisogno di ricevere nulla.
Quando sono stato a trovare i miei amici in Kenya, ho trovato una citazione del Sinodo di Nairobi del 1975: «l’evangelizzatore è un mendicante che dice a un altro mendicante dove insieme possono trovare il pane». Quando qualcuno si presenta come chi ha e può dare senza bisogno di ricevere, come chi sa e può insegnare senza bisogno di imparare, scava un solco, una distanza tra sé e gli altri. Gesù ha mandato i suoi nel mondo senza oro, né argento, né denaro, né sacca da viaggio (cf. vv. 9-10), bisognosi quindi di ricevere, ma senza vergogna “perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (v. 10). Li ha mandati così per rendere possibile la fraternità e la comunione attraverso la condivisione e la reciprocità.
Da quando sono diventato prete ho ricevuto moltissimo, e da quando sono diventato disabile ho ricevuto ancora di più: non sarò mai in grado di restituire tutto ciò che ho ricevuto. Mi sento in debito e mi consola pensare che ci sarà Qualcuno che ricompenserà tutti quelli che mi hanno fatto del bene, anche quelli che per ora non credono in Lui. Un grande maestro di teologia, Don Luigi Sartori, quando ero suo alunno ripeteva spesso che “viviamo in uno spreco di doni”: la generosità di Dio ci dona più di quello che riusciamo a utilizzare, anche più di quel che ci accorgiamo di ricevere. Chi dice: “Nessuno mi ha mai regalato niente”, ha avuto certamente una vita dura, ma non si accorge di una parte importante della realtà. Se ci accorgiamo di quanto abbiamo ricevuto e di quanto riceviamo gratuitamente, diventa più facile essere generosi e comunicare la gioia del Vangelo anche quando non lo nominiamo in modo esplicito.
Meditazione 13^ domenica del tempo ordinario 28/06/2026
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