Nel Vangelo secondo Matteo ci sono cinque discorsi di Gesù. Quest’anno abbiamo già ascoltato il discorso della montagna e il discorso missionario. Oggi la liturgia ci offre l’inizio del discorso in parabole. Come abbiamo visto domenica scorsa, la predicazione di Gesù non è sempre stata un successo, anzi! Anche la prima parabola di questo discorso, quella del seme gettato in diversi terreni, riflette questo insuccesso. Forse Gesù non era un bravo comunicatore? Ha sbagliato qualcosa? Forse avrebbe dovuto andare a scuola da qualche professionista della comunicazione?
La comunicazione non è solo questione di tecnica, anche se oggi sui media vecchi e nuovi è tutta una gara a chi trova il modo di agganciare l’attenzione del maggior numero di persone che possono scegliere tra una quantità quasi infinita di messaggi piacevoli, emozionanti, affascinanti, sorprendenti o magari scioccanti. Comunque mai noiosi, nemmeno per pochi istanti, altrimenti…
Se la qualità della comunicazione si dovesse valutare dai “like” che raccoglie, allora dovremmo dire che Gesù forse non è stato un gran comunicatore: grandi folle lo cercavano come guaritore e poi magari si fermavano ad ascoltarlo, ma a giudicare da quel che dice la parabola di oggi, le sue parole alla fine venivano accolte solo da una piccola parte di tutta quella gente. Perché – ripeto – la comunicazione non è solo una questione di abilità innate o apprese. La comunicazione umana è relazione, anche quando sembra unidirezionale (ma non lo è mai del tutto) e il suo presupposto indispensabile è l’ascolto da parte di tutti coloro che sono coinvolti, non da una parte sola. Se un genitore vuole che i figli lo ascoltino, prima deve averli ascoltati, deve cercare di capire cosa sentono e cosa vogliono. Se un predicatore vuol essere ascoltato – diceva Papa Francesco – non deve dare risposte a domande che nessuno si pone (cf. Evangelii Gaudium 155): deve sapere cosa c’è nel cuore e nella mente di chi lo ascolta. Ma anche così il risultato non è mai garantito: si può sempre rifiutare di ascoltare, per tanti motivi. La parabola del seminatore ne evoca tre: la distrazione, la superficialità e l’incostanza. Ce ne possono essere anche altri: soprattutto la non disponibilità a cambiare idea e modo di vivere, perché Gesù non parlava per intrattenere o sedurre, ma per convertire, cioè per invitare a cambiare modo di pensare e di agire. Dio non salva, non tira fuori le persone da un’esistenza inautentica, superficiale ed egoista contro la loro volontà o a loro insaputa: è necessario ascoltare la sua parola, riconoscerla vera e buona e metterla in pratica con gratitudine e perseveranza.
Che cosa ha fatto Gesù quando si è accorto che le sue parole non erano ascoltate? Qualcosa di sorprendente: anziché “ammorbidire” il suo messaggio, ha fatto ricorso alle parabole che non sono – come spesso si dice – un linguaggio semplice per esprimere idee difficili, ma al contrario sono storie “strane”, spesso illogiche: un padrone dà la stessa paga a chi ha lavorato tanto e a chi ha lavorato poco; un altro si arrabbia e punisce severamente chi gli restituisce i suoi soldi, mentre loda chi li ha impiegati in un investimento ad alto rischio… Le parabole sfidavano la comprensione degli ascoltatori e solo chi accettava di chiedere spiegazioni a Gesù, di entrare in casa con lui, di farsi suo discepolo, arrivava a capire il senso di quei racconti: chi invece preferiva tenere le distanze e non voleva compromettersi continuava a non capire anche se credeva di saperla lunga.
In fondo, ben poco è cambiato: oggi per comunicare il Vangelo serve anche la capacità di usare i mezzi di comunicazione nuovi e vecchi, ma soprattutto la disponibilità a viverlo.
Meditazione 15^ domenica del tempo ordinario 12/07/2026
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