Meditazione 16^ domenica del tempo ordinario 19/07/2026

In questa domenica prosegue la lettura del discorso in parabole, il terzo dei cinque discorsi di Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Se la parabola di domenica scorsa era una risposta alla non accoglienza, al non ascolto del Vangelo, le parabole di oggi rispondono a un’altra domanda: perché il regno di Dio non viene, non si afferma? Perché il bene non vince definitivamente il male?
Le parabole del seme rispondono: il regno di Dio viene, sì, ma non come una realtà a sé stante, diversa dal mondo e magari addirittura opposta a esso. Il regno di Dio è come un lievito che fermenta la pasta, la fa crescere e la rende buona da mangiare: il mondo deve crescere e cambiare grazie alla presenza invisibile del regno. A volte, davanti a certe situazioni, i figli della Chiesa si sono sentiti chiamati a fare opera di supplenza e hanno creato ospedali cattolici, scuole cattoliche, addirittura banche cattoliche ecc. Purtroppo poi è accaduto molto spesso che un po’ alla volta il mondo è entrato per tanti motivi in quelle strutture e ne ha modificato le caratteristiche iniziali. Quella che avrebbe dovuto essere una “pasta” cristiana è stata gonfiata dal “lievito dei farisei e dei sadducei” (cf. Mt 16,6-12) e dal “lievito di Erode” (cf. Mc 8,15), cioè dalle logiche mondane. Forse era inevitabile, non so, ma quello che propone Gesù è il contrario: far lievitare la pasta del mondo con il lievito del regno. La presenza dei discepoli di Gesù nella sanità pubblica, nella scuola, in tutti gli ambienti di lavoro… nel mondo, cambia le relazioni e a volte anche le regole facendo crescere in questi ambienti l’umanità, la collaborazione, la comprensione, il bene, la giustizia e ogni altro valore umano ed evangelico.
La parabola del granello di senape ci dice che il regno ha inizio come qualcosa di piccolissimo, quasi invisibile, apparentemente debole, ma diventa grande. Nel mondo l’unità di misura della forza e della grandezza è la capacità di imporsi, comprando coi soldi o distruggendo con le armi.
La grandezza e la forza del regno si manifesta invece quando “gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami”: quando diventa una casa sicura e accogliente per chi ha bisogno di aiuto.
Purtroppo la Chiesa non è sempre stata casa sicura e accogliente per i piccoli, e anche da questo capiamo che il regno di Dio non coincide con essa: il Vangelo seminato da Gesù convive per ora con “tutti gli scandali” e “tutti quelli che commettono iniquità”. La parabola della zizzania, a una lettura superficiale, sembrerebbe suggerire di “portare pazienza” e lasciare che i malvagi facciano quello che vogliono, in attesa che siano giudicati da Dio. Non è così. Nella sua vita Gesù si è opposto a viso aperto all’ingiustizia, all’ipocrisia, all’oppressione: non ha chiuso gli occhi di fronte agli scandali, ma – come tutti i profeti – li ha denunciati e perciò è stato perseguitato e ucciso.
Quando Gesù interpreta la parabola, dice che “il campo è il mondo” (v. 38), non la Chiesa. Questo significa che non possiamo togliere il male da questo mondo nel quale opera “un nemico”, ma di certo non dobbiamo dargli una mano: «È inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono» (Lc 17,1; cf. Mt 18,7). Per questo in certi casi è necessario attuare la “tolleranza zero”, che non significa negare il perdono a chi è pentito: per chi si pente del male compiuto, la porta della misericordia resterà sempre aperta. Ma proprio perché è pentito deve accettare di scontare la propria pena. Ed è dovere di ciascuno, soprattutto di chi è investito di autorità, opporsi con tutte le proprie forze al propagarsi del male nella Chiesa di Dio.


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