Meditazione 18^ domenica del tempo ordinario 02/08/2026

L’episodio della prodigiosa moltiplicazione dei pani è raccontato sei volte nei quattro vangeli.
Forse – forse! – è avvenuto una volta sola, ma poi nella lunga tradizione orale che ha preceduto la redazione scritta il racconto si è modificato in diversi dettagli, fino a far ritenere agli evangelisti Matteo e Marco che si trattava di due episodi distinti. Comunque sia, ognuno di questi racconti differisce dagli altri per qualche sottolineatura che è importante cogliere.
Il brano di questa domenica inizia dicendo che Gesù venne a sapere della morte di Giovanni battista e sentì il bisogno di ritirarsi per pregare in solitudine. Salì su una barca e attraversò il lago di Tiberiade per andare in territorio pagano, dove era meno conosciuto e dove avrebbe potuto trovare un po’ di tranquillità. O almeno così avrebbe desiderato.
Arrivato invece sulla riva scoprì che una grande folla lo aveva raggiunto a piedi. La circonferenza del lago di Tiberiade è di circa 53 km, quindi questa gente, trasportando i propri malati, ne aveva percorsi almeno quindici o venti, se non di più.
L’evangelista Matteo, di solito molto asciutto e pudico nel nominare i sentimenti di Gesù, dice che egli provò compassione per queste persone e si mise a guarire i loro malati. Era partito per stare da solo, aveva il cuore pesante per la morte di Giovanni, ma quando vide tutta quella gente mise da parte – per il momento – i suoi progetti e le sue esigenze, mosso dalla compassione, cioè dal sentire il dolore e i problemi di quelle persone come se fossero il suo dolore e i suoi problemi.
Un teologo tedesco (Johann Baptist Metz) morto nel 2019 sosteneva che la più breve definizione del cristianesimo è l’interruzione, cioè mettere da parte i propri progetti per rendersi disponibili agli altri e all’Altro. Per lui il cristianesimo nasce dallo sguardo di Gesù che per primo si è lasciato interrompere dalle sofferenze degli altri, e si concretizza in quella che chiamava una “mistica degli occhi aperti”, ovvero non chiudere gli occhi per isolarsi in una spiritualità privata e intima, ma spalancarli sul dolore del mondo.
Questa “interruzione” fondava la sua “teologia politica”: per Metz il cristianesimo ha la missione di portare vera speranza e giustizia nel mondo fermando l’attenzione di tutti, specie dei potenti, sulle vittime della storia, su quelli che stanno male, troppo spesso considerati solo “danni collaterali”, pedine senza valore rispetto a interessi molto più grandi. Sarebbe ipocrita, però, occuparsi delle vittime di scelte geopolitiche criminali ed essere incapaci poi di fermarci davanti a quella singola persona concreta che ha bisogno del nostro aiuto.
Gesù ha messo da parte per un po’ il suo bisogno di stare da solo e si è messo a curare i malati che avevano bisogno di lui. Poi, verso sera, si è preoccupato che avessero anche da mangiare. In seguito, come vedremo, si è finalmente ritagliato un po’ di tempo per pregare nella solitudine della notte, ma che preghiera sarebbe stata la sua se – per assurdo – avesse detto prima alla gente: “Mi dispiace, ma oggi proprio non ce la faccio a curare i vostri malati. Ci rivediamo un’altra volta”.
Questo non significa che si debba sempre dire di sì a tutti, ma chi è discepolo di Gesù, come lui deve cercare di tenere gli occhi aperti e restare disponibile a mettere un po’ da parte i propri piani – anche quelli “buoni” e altruistici – per lasciarsi interrompere da chi ha bisogno di aiuto.


Pubblicato

in

da

Tag: