Domenica scorsa abbiamo sentito che Gesù – quando ha visto la folla che gli chiedeva di guarire i malati – ha accettato di mettere provvisoriamente da parte il suo progetto di ritirarsi in solitudine a pregare. Il brano di oggi però ci dice che alla fine di quella giornata “costrinse” i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva. ‘Costringere’ è una parola forte: significa che Gesù ha dovuto imporre la sua volontà ai suoi discepoli che forse ci sono anche rimasti male. Poi ha congedato la folla ed è salito sul monte, così finalmente ha potuto restare da solo per pregare, come aveva deciso in precedenza.
Adesso che sono anziano, guardo indietro e mi ricordo che spesso ho desiderato avere più tempo per pregare. Tuttavia devo anche riconoscere che di tempo ne ho perso proprio tanto: un conto è avere il desiderio, e un altro è la volontà di pregare. Non so come facciano i confratelli che hanno dieci o quindici parrocchie, ma io che ne ho una sola e sono sempre chiuso in casa, riesco ancora a perdere tempo e a pregare poco e male: la mia pigrizia ha mille risorse!
Mi consola – solo in parte – quel che disse uno dei primi monaci egiziani, abba Agatone, quando fu interrogato dai giovani su quale fosse l’opera più faticosa della vita monastica (veglie, digiuni, solitudine…). Rispose: «Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, possederà la quiete. La preghiera invece richiede lotta fino all’ultimo respiro».
Quando si comincia a pregare, vengono in mente tante cose urgenti da fare: le distrazioni si fanno così numerose da farci credere che stiamo perdendo tempo o addirittura stiamo mancando di rispetto a Dio. Queste e altre sono tentazioni da riconoscere come tali: falsi ragionamenti da respingere con decisione perché cercano di distoglierci dalla preghiera, dal restare davanti al Signore nella verità di noi stessi, che può essere anche molto povera, ma è amata infinitamente.
Gesù ha voluto pregare e ha pregato: le “tentazioni” per lui in quel momento erano i discepoli che volevano sempre qualcosa e la gente che – dice un altro evangelista – voleva farlo re (cf. Gv 6,15).
I discepoli li ha imbarcati, letteralmente, anche se il tempo stava peggiorando, e la gente l’ha congedata – cioè l’ha mandata a casa – e per buona misura è salito sul monte facendo perdere le proprie tracce. Per pregare bisogna volerlo davvero e Gesù lo ha voluto.
Ma noi non siamo Gesù: assomigliamo di più ai discepoli che nella barca avevano il vento contrario. La nostra preghiera e la nostra vita non hanno quasi mai il vento in poppa. Questo non è un problema per il Figlio di Dio che ci viene incontro camminando proprio sul mare agitato delle nostre distrazioni indomabili, dei nostri sentimenti burrascosi e delle nostre vite così ribelli a mettere un po’ di ordine. Su queste “acque” cammina lui e possiamo camminare anche noi, come Pietro, se non viene meno la nostra fede di essere presi per mano da colui che è il Salvatore non solo dell’umanità, ma anche della nostra vita.
Non è facile capire cosa Gesù abbia voluto dire camminando sulle acque: sono state date varie spiegazioni. Resta comunque vero che il Signore può trovare una strada percorribile anche dove noi non potremmo mai passare, nelle nostre difficoltà a pregare come a vivere il Vangelo. Non ci lascia affondare: ci chiede solo fiducia. Ci tiene per mano e ci dice: «Perché hai dubitato?».
Meditazione 19^ domenica del tempo ordinario 09/08/2026
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