Meditazione 2^ domenica del tempo ordinario 14/01/2024

I tempi liturgici della Chiesa sottolineano diversi aspetti della vita cristiana: il tempo ordinario che in pratica inizia oggi (anche se ufficialmente è iniziato con la festa di domenica scorsa) non focalizza un tema specifico come l’attesa o l’incarnazione o la conversione, ma ci aiuta a leggere quasi tutto il Vangelo e così a conoscere sempre più profondamente Gesù.
L’inizio del percorso di quest’anno ci presenta, dal Vangelo secondo Giovanni, l’incontro dei primi due discepoli con il Signore. Gesù si accorge che lo stanno seguendo, si volta e chiede: “Che cosa cercate?”.
È una domanda fondamentale che credo dovrebbe rimanere viva sempre, non solo all’inizio di un percorso. Non sono tanto le nostre idee, ma le nostre attese, i nostri desideri quelli che guidano la nostra vita e modificano anche la percezione della realtà: essere consapevoli di quel che vogliamo ci potrebbe aiutare a fare scelte migliori e a non illuderci troppo, ma molto spesso capiamo solo fino a un certo punto quel che desideriamo davvero. Paradossalmente, da questo punto di vista sono favorite le persone più cattive: sanno esattamente quello che vogliono e lo perseguono con lucidità, senza raccontarsi storie, mentre chi cerca il bene deve percorrere una lunga strada prima di liberarsi da tutte quelle suggestioni oscure e poco consapevoli che ci abitano e ci fanno deviare e inciampare nel cammino verso la luce.
Ai tempi di Gesù molti aspettavano un liberatore politico e militare, altri lo seguivano perché era un guaritore, altri forse per motivi ancora diversi. Durante la sua vita pubblica molti discepoli lo abbandonarono e alla fine uno lo tradì: evidentemente non aveva corrisposto alle loro attese, cercavano qualcosa d’altro. Qui Gesù è indicato dal battista come colui che prende su di sé il peccato del mondo. Forse è questo che attira Andrea e l’altro discepolo: un desiderio di salvezza.
Sentendo parlare così il loro primo maestro, lo lasciarono e “seguirono Gesù” (v. 37). Eppure non seppero rispondere alla semplice domanda: “Che cosa cercate?” e infatti risposero con un’altra domanda. Forse in quel pomeriggio trascorso insieme, Gesù li aiutò a capire un po’ meglio cosa volevano davvero.
Credo che anche noi faremmo bene a chiederci frequentemente che cosa cerchiamo, che cosa desideriamo nella vita (e nella nostra sequela di Cristo).
Per i giovani è una domanda ineludibile, per alcuni di loro può diventare addirittura drammatica perché c’è una vita sola da spendere e non c’è una seconda opportunità. Ma anche i meno giovani prima o poi si chiedono se hanno trovato quel che cercavano o se avrebbero dovuto puntare a qualcos’altro.
Io credo che le esistenze più riuscite non siano necessariamente quelle costellate di successi, ma quelle che hanno saputo accogliere e integrare le difficoltà, i limiti, i sentieri interrotti, gli errori e anche i peccati. Proviamo ammirazione per il Mahatma Gandhi e per Nelson Mandela, ma non dobbiamo dimenticare che prima di riuscire a liberare i loro popoli sono stati essi stessi privati della libertà per molto tempo: non hanno sempre ottenuto tutto quel che volevano. Così, credo che sulla realtà esterna possiamo intervenire fino a un certo punto, a misura delle nostre capacità, ma anche delle contingenze e di tanti fattori spesso imponderabili. Invece possiamo fare di più su noi stessi, cercando di capire progressivamente cosa vogliamo per poi accogliere o disapprovare i nostri desideri. Si chiama discernimento ed è l’interrogarsi sui movimenti del nostro spirito: «Questo desiderio, questa decisione che ho preso, questa azione che ho messo in pratica senza pensare… da dove viene? Dove mi porta? È proprio questo che voglio?».
«Che cosa cercate?» chiese il Signore ai primi due discepoli. Lo chiede anche a noi oggi per aiutarci a vivere con consapevolezza e a indirizzare al meglio la nostra vita.


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