Il Vangelo secondo Luca dice che Gesù e Giovanni battista erano parenti o più esattamente lo erano le loro madri, quindi lo erano anche loro. Inoltre, gli esperti della Bibbia negli ultimi anni sono sempre più convinti che Giovanni battista sia stato il rabbi di Gesù, il suo maestro. Allora perché il Vangelo secondo Giovanni per ben due volte mette in bocca al battista le parole: “Io non lo conoscevo”? Servono a mettere in evidenza l’origine del riconoscimento di Gesù: Giovanni non lo riconosce come Cristo, Messia, in base a un ragionamento umano, ma per rivelazione divina.
D’altra parte, non è forse vero che a volte crediamo di conoscere le persone, ma poi a un certo punto scopriamo di loro qualcosa che non avevamo mai visto, qualcosa che ci sorprende e ci fa dire: “Ma allora non lo/la conoscevo davvero! Non avevo capito chi era!”? A Nazareth Gesù era “il figlio del falegname”, un ragazzotto come tanti altri, si credeva; forse poi era diventato uno dei discepoli del battista, anche lì uno dei tanti: nessuno conosceva la sua vera identità. E noi possiamo dire di conoscerlo veramente? Abbiamo le nostre idee su di lui e soprattutto su quello che dovrebbe fare per noi, per gli altri e per il mondo, ma siamo capaci di ascoltare e capire quello che lui ha detto e ha fatto per noi? Conoscere le Scritture è necessario, è importante, ma non è sufficiente: c’è una conoscenza interiore che è donata dallo Spirito Santo, una conoscenza che viene dall’amore e non si può trovare nei libri.
Pietro, che aveva seguito Gesù per tre anni, nella notte della passione ha giurato per tre volte: “Non lo conosco”, e in un certo senso era vero. Credeva di avere seguito il Messia, il re di Israele, il Figlio di Dio, l’uomo più potente della terra e invece lo ha visto nell’ora della passione debole, remissivo, muto davanti ai suoi accusatori e assassini. Non aveva ancora capito ció che Giovanni battista invece aveva detto fin dal primo momento: Gesù era l’agnello di Dio. Come aveva predetto il profeta Isaia, Gesù si è lasciato condurre alla morte come un agnello innocente, rispondendo alla violenza con la mitezza, interrompendo in sé la catena dell’odio. Morendo in quel modo, donando la sua vita a chi gliela voleva strappare, perdonando i suoi persecutori, ci ha testimoniato e reso credibile l’amore e il perdono di Dio per noi peccatori. Risorgendo dai morti, ha manifestato il giudizio di Dio sul mondo. Perciò nel libro dell’Apocalisse è descritto come un Agnello immolato, ucciso, ma in piedi sul trono di Dio, quindi vivo: ha sofferto, è stato ucciso, ma alla fine trionfa su tutti i suoi nemici, sul male del mondo e perfino sulla morte, non solo per sé, ma per tutta l’umanità. Alla fine la storia, anche quella che sta accadendo in questi giorni terribili, non sarà nelle mani dei potenti, delle armi o dei soldi, ma dell’Agnello che ha offerto la propria vita.
In ogni Messa il sacerdote ripete le parole di Giovanni presentando ai fedeli l’ostia consacrata: “Ecco l’agnello di Dio. Ecco colui che toglie i peccati del mondo!”. È un invito a conoscerlo sempre più profondamente, a essere sempre più in comunione con lui. Giorno dopo giorno, domenica dopo domenica, ascoltando il Vangelo chiediamo a Gesù di ricevere il suo Spirito Santo per essere liberati dal male e conoscerlo davvero. Facendo la comunione chiediamo di imparare da lui a fare dono di noi stessi, ricevendo e partecipando al dono della sua vita.
Meditazione 2^ domenica del tempo ordinario 18/01/2026
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