Meditazione 20^ domenica del tempo ordinario 16/08/2026

Tutte e tre le letture della XX domenica del tempo ordinario parlano dei “pagani” e degli “stranieri”, ma parlano anche di ciò che rende vicini a Dio o lontani da lui.
Isaia profetizza un futuro (che non si è mai realizzato del tutto) nel quale anche i pagani osservanti della Legge saranno ammessi a celebrare il culto nel tempio di Gerusalemme.
Gesù, prima di esaudire la preghiera della donna pagana, mette alla prova la sua fede ed è proprio grazie alla sua fede che la donna riceve quel che ha chiesto.
San Paolo si rivolge ai credenti di Roma provenienti dal paganesimo confidando loro la speranza che anche i suoi correligionari, gli Ebrei, aderiranno un giorno alla fede in Gesù Cristo.
A ben vedere c’è una crescita, un progresso: per Isaia i pagani sarebbero stati ammessi alla comunione con Dio e con il suo popolo se avessero osservato determinati comandamenti della Legge (ai pagani non si chiedeva di osservarli tutti). Per Gesù invece era sufficiente la fede in lui: alla donna siro-fenicia, pagana, non ha chiesto di osservare la Legge, nemmeno in parte. Per San Paolo la Legge di Mosè era diventata addirittura un ostacolo: ai pagani che volevano accogliere il Vangelo, egli proibì di osservarla perché non mettessero la loro fiducia in ciò che facevano, ma solo in Gesù Cristo morto e risorto.
Il paganesimo non è solo una questione di appartenenza a una certa religione: più in profondità si tratta di una tendenza innata a volersi “guadagnare” il favore divino con le proprie forze, con quel che facciamo o a cui rinunciamo. È costoso, indubbiamente, ma dà tanta sicurezza: sapere che faccio “la cosa giusta” mi garantisce che Dio è contento di me e mi deve qualcosa.
Nello stesso tempo mi introduce a far parte di un “noi” – quelli che si comportano come si deve – che si differenzia e prende le distanze dagli “altri”, da quelli che non fanno parte del nostro gruppo di eletti perché non praticano certi riti, non ripetono certe formule, non fanno tutto quello che dovrebbero. Sono i pagani, gli eretici, gli stranieri… nei confronti dei quali è facile sviluppare sentimenti di diffidenza, sospetto o nei casi più estremi addirittura disprezzo e odio.
Eppure Gesù più volte ha elogiato chi non apparteneva al popolo eletto, come questa donna, o il centurione al quale aveva guarito il servo, per la loro fede. E quante volte ha rimproverato perfino i dodici apostoli per la loro poca fede. Fede che vuol dire fidarsi, mettersi nelle mani di qualcun altro, accettare che sia lui a decidere cosa è bene per me. E allora come si fa a decidere chi ha veramente fede e chi non ce l’ha? Chi fa parte dei “giusti” e chi no?
Mi ricordo don Giuseppe Zanon che diceva con la sua umiltà e il suo umorismo: “Spero di aver fede; credo di credere”. La linea di confine tra credenti e pagani in realtà passa dentro di noi.
Diceva il card. Martini che dentro ciascuno di noi ci sono aree non ancora evangelizzate, cioè pensieri, giudizi e decisioni che non corrispondono al pensiero di Cristo (cf. 1Cor 2,16).
Penso che possiamo sempre fare nostra la preghiera che quel padre di un ragazzo indemoniato rivolse a Gesù: “Credo, aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24).


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