Anni fa qualcuno scrisse che “i cattolici recitano tutti i giorni la propria condanna”, riferendosi alla frase del Padre nostro: “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Dava evidentemente per scontato che tutti perdoniamo poco e che quindi Dio ci perdonerà poco o per niente.
Anche Gesù nel Vangelo di oggi sembra dire la stessa cosa: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Suona molto minaccioso…
Eppure il Vangelo è sempre buona notizia di salvezza, perché annuncia i doni che Dio ci vuol dare: in questo caso la capacità soprannaturale di perdonare anche ciò che noi non saremmo capaci di perdonare.
Non c’è niente di strano se scopriamo di non essere capaci di vivere il Vangelo. Solo la Grazia di Dio ci rende capaci di quello che la nostra umanità ferita non è in grado di fare. Sant’Agostino si tormentava perché prevedeva di non riuscire a vivere in castità, fino a quando non ha capito che doveva chiedere a Dio questo dono. Ma lo stesso vale per tutti gli aspetti della vita cristiana, forse soprattutto per il perdono. È naturale che proviamo rabbia e avversione nei confronti di coloro che ci hanno fatto del male; è ovvio che non riusciamo a dimenticare: proprio per questo dobbiamo chiedere al Signore la capacità di perdonare, ricordando che anche noi siamo stati perdonati.
Pensare di riuscire a mettere in pratica il Vangelo con la sola nostra buona volontà si chiama pelagianesimo ed è un’eresia. Senza la Grazia non andiamo da nessuna parte: siamo poveri e dobbiamo chiedere a Dio che gode nel dispensare con generosità i suoi doni ai suoi figli.
Il Padre nostro nel Vangelo secondo Matteo si trova esattamente al centro del discorso della montagna: c’è forse qualcosa di facile da vivere in quel discorso? L’umiltà cristiana non consiste nel disprezzarsi o nel negare le nostre capacità, ma nel riconoscere che non siamo capaci di vivere il Vangelo con le nostre sole forze, che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. E se talvolta sembra che l’aiuto tardi ad arrivare, è per il nostro bene, per non farci presumere di noi stessi.
Il brano del Vangelo di questa domenica comanda di perdonare “settanta volte sette”, cioè sempre; arriva perfino a minacciarci se non perdoneremo “di cuore”. Chi di noi ci può riuscire con “un po’ di buona volontà”? Ma ciò che il Signore comanda, lo rende possibile, se glielo chiediamo con fiducia e umiltà.
Ci sono persone che si angustiano perché non riescono a perdonare, o almeno così sembra loro.
Si vedono già condannate all’inferno perché non sono riuscite a perdonare. Queste si chiamano tentazioni, per la precisione: “scrupoli”. Le tentazioni non sono solo quelle grossolane, ma anche quelle che sotto l’apparenza del bene in realtà ci paralizzano. Non bisogna dare retta agli scrupoli: ci impediscono di fare anche quei piccoli passi che il Signore mette alla nostra portata. Quando si capisce di non essere capaci di fare quel che dovremmo, è bene dispiacersi, ma senza essere troppo delusi, altrimenti vuol dire che prima ci eravamo illusi su noi stessi. Possiamo rivolgerci al Signore dicendo: “Eccomi qua: sono il solito poveretto che ha bisogno del tuo perdono e del tuo aiuto e so che tu me li darai, perché mi vuoi bene”. E si riparte, senza presumere di noi stessi.
Desiderare di perdonare e chiedere a Dio di poterlo fare è già aver fatto la nostra parte, e il nostro giudice sarà Colui che per amore nostro ha dato la sua vita sulla croce.
Non dimentichiamo mai ciò che dice San Giovanni: «davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore» (1 Gv 3,19b-20a).
Meditazione 24^ domenica del tempo ordinario 13/09/2026
da
Tag:
