Meditazione 25^ domenica del tempo ordinario 20/09/2026

Quando ascolto la parabola dei lavoratori nella vigna, mi viene spontaneo pensare con gratitudine che io sono uno dei lavoratori della prima ora: fin da piccolo ho frequentato la chiesa volentieri, poi da ragazzo i gruppi di Azione Cattolica, quindi sono entrato in seminario a 19 anni e a 25 sono diventato prete.
Non andavo in cerca di una paga o di un premio per meriti speciali: cercavo “solo” il mio posto nel mondo perché avevo tanta paura di restare sfaccendato, “in piazza”, come certe persone che avevo conosciuto e che mi sembrava vivessero senza uno scopo e soprattutto senza passione.
La scoperta del mio posto nel mondo è andata di pari passo con il capire chi sono: a poco a poco ho capito di dover ricevere la mia vita e ancor più me stesso dalle mani di Dio, perché lui sa chi sono veramente, mentre io lo scopro un po’ alla volta, e lo scopro lavorando in quella vigna in cui mi trovo. E quando dico lavorando, non significa soltanto “facendo questo o quello”, ma anche ascoltando e cercando di capire le ripercussioni interiori di ciò che compio e di ciò che mi capita.
Tutto questo non avviene senza resistenze e cadute, perché al “peso della giornata e al caldo”, cioè alla fatica e ai contrasti della vita quotidiana, si aggiungono desideri, nostalgie e ribellioni: col passare del tempo sembra che per tutti diminuiscano un po’ le tentazioni esteriori e aumentino quelle interiori, come la tentazione di essere delusi dai risultati, o di lavorare malvolentieri in quella porzione della vigna che ci è stata affidata: questo lavoro, questi colleghi, questa famiglia…
Anche “l’occhio tenebroso” di cui parla il Vangelo, cioè l’invidia, può far credere di avere ricevuto meno del dovuto, di non essere stati apprezzati a sufficienza, di aver subito ingiustizie. Di certo queste cose succedono nella vita, ma chi ama la vigna e soprattutto il padrone della vigna, è contento di poter consegnare il proprio lavoro senza il pensiero del contraccambio.
Nel terzo canto del Paradiso, Dante chiede a Piccarda Donati se non desideri una sede più alta, visto che si trova nel grado più basso di beatitudine. Lei gli risponde: “E ‘n la sua volontade è nostra pace”. È la pace di chi sente di essere nel posto giusto perché è il posto che Dio gli ha preparato con cura amorosa, per il quale è stato scelto e chiamato per nome.
Il Signore “esce”, ci viene incontro in ogni momento della nostra giornata terrena per chiamarci a un lavoro il cui prodotto finito non è fuori di noi, ma è la pienezza della nostra umanità e della nostra identità. Ognuno di noi ha il suo posto della vigna, e la pienezza della libertà è ubbidire (obaudire), cioè ascoltare e accogliere gli inviti di chi ce l’ha donata, scoprendo nella concretezza e talvolta nella ruvidezza della nostra biografia, che per Dio non siamo pedine di una scacchiera, ma figlie e figli desiderati e amati.
Confesso che sono un po’ preoccupato per le persone giovani di oggi che percepiscono il futuro come molto incerto, se non addirittura minaccioso, e spesso – per tanti motivi – sembrano “navigare a vista” con progetti e desideri di corto respiro: un patrimonio di generosità e di energie che rischia di restare inutilizzato “perché nessuno ci ha chiamato”, o più precisamente perché la chiamata non l’hanno sentita. Quella voce avrei dovuto farla risuonare anch’io: ho sbagliato? Ho mancato? Come? Quando?
Non lo so, ma so che ancora, a tutte le ore, quella voce continuerà a chiamare, e chi la ascolterà, anche all’ultimo momento, non perderà la sua ricompensa, tutta intera.


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