Il brano di questa domenica fa parte dei cosiddetti discorsi polemici che Gesù ha pronunciato a Gerusalemme verso la fine della sua vita, rivolti ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, a quelli che avevano il potere di riconoscerlo come Messia o di metterlo in croce. Questo spiega il tono particolarmente duro delle sue parole: non stava parlando ai discepoli, stava smascherando le intenzioni di quelli che volevano toglierlo di mezzo.
Tuttavia, ogni parola del Signore è parola di salvezza, se accolta con fede. Cosa dice a noi questa parabola? Il significato è evidente e non ha bisogno di molte spiegazioni: il figlio che ha fatto la volontà del padre è quello che è andato a lavorare nella vigna, anche se prima si era rifiutato.
Questo messaggio è ricorrente nel Vangelo secondo Matteo, tanto che il card. Martini lo definiva “il Vangelo del fare”. Infatti, verso la fine del discorso della montagna Gesù ammonisce: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio” (7,21). Subito dopo il discorso si conclude così: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica” – la versione greca dice semplicemente “e le fa” – “è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia” (7,24).
Il giovane ricco pone a Gesù la domanda: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (19,6).
Il giudizio finale sarà centrato sulle opere: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato” (cf. 25,31-46).
Infine, prima di salire al cielo, il Risorto dice agli undici: “Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (28,20). Ancora una volta l’insistenza cade sul fare pratico.
Siamo capaci di fare la volontà di Dio? Sarebbe bello essere sempre coerenti e sempre obbedienti ai desideri del Padre, ma non lo siamo. Questo però non significa che siamo perduti: un conto sono le debolezze umane e un conto è l’ipocrisia. La parabola dei due figli è l’ultimo appello rivolto ai capi e ai sommi sacerdoti che officiavano il culto con tutte le sue regole e in tutto il suo splendore: un involucro esterno di magnifiche forme religiose che in realtà conteneva interessi economici e di potere. Servirsi di Dio anziché servire Dio: la perversione del rapporto religioso.
Invece gli errori e le cadute dei discepoli più vicini a Gesù ci vengono raccontati senza vergogna dai Vangeli che ci mostrano contemporaneamente la sua pazienza nel riprenderli e correggerli.
Gesù non è un giudice di gara severo che conteggia tutti i nostri errori, ma colui che non ci lascia mai soli mentre ci guida alla scoperta della vita in pienezza.
Abbiamo sempre la possibilità di pentirci dei “no” che abbiamo detto al Padre e possiamo sempre tornare al lavoro nella sua vigna: è questa la buona notizia contenuta in questa parabola. Gesù è l’unico Figlio perfettamente obbediente alla volontà del Padre: tutto il resto dell’umanità è formato da peccatori, cioè da figli disobbedienti ma perdonati. Per questo il Padre attende – fino all’ultimo – che gli diciamo un sincero “sì”, perché nella nostra vita maturino i frutti che lui desidera.
Meditazione 26^ domenica del tempo ordinario 27/09/2026
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