Meditazione 27^ domenica del tempo ordinario 04/10/2026

Anche la parabola di questa domenica, come quella di domenica scorsa, è tratta dai discorsi polemici di Gesù ed è la più dura di tutte: con essa Gesù svela e rinfaccia ai suoi nemici le loro intenzioni omicide, senza però riuscire a distoglierli dai loro propositi criminali, anzi aumentando il loro odio. Ma cosa dice a noi che non vogliamo uccidere nessuno?
In questa parabola tutti si comportano in modo illogico. La decisione del padrone della vigna è esageratamente imprudente: pur avendo avuto le prove che quei vignaioli sono degli assassini, manda suo figlio a riscuotere ciò che gli spetta, esponendolo a un pericolo mortale. È convinto che nessuno possa credere di fare del male a suo figlio e poi non subirne le conseguenze. Invece i vignaioli, accecati dall’avidità, scambiano la pazienza del padrone per debolezza e – credendo di farla franca – uccidono suo figlio dopo averlo gettato fuori dalla vigna, allusione questa alla morte di Gesù avvenuta fuori delle mura di Gerusalemme.
In realtà, questa è la dinamica di ogni peccato.
Se a ogni nostro peccato, a ogni rifiuto di fare la volontà di Dio scattasse una punizione, saremmo tutti sempre scrupolosamente obbedienti, ma per paura, non per amore. Invece il Signore usa pazienza con noi, ma di questa pazienza purtroppo si può abusare. Nella vita siamo chiamati a fare scelte che coinvolgono non solo un calcolo di opportunità, un confronto tra i pro e i contro, ma anche una decisione secondo coscienza tra il bene e il male. Si può decidere di fare il male, sapendo che è male, ma bisogna prima “buttare fuori” il Figlio, cioè distogliere lo sguardo da lui, interrompere interiormente i rapporti con Dio o fabbricarsi con l’immaginazione un altro dio che sia nostro complice, un vitello d’oro.
La motivazione, nella parabola, è l’avidità, e in un certo senso lo è sempre: avidità non solo di soldi (molto frequente), ma di ogni altra acquisizione come piaceri, esperienze, onori eccetera.
All’inizio magari si riesce anche a godere per un po’ dei frutti della vigna “rubati”, ma “il salario del peccato è la morte”, mentre “il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore” (cf. Rom 6,23). Escludere Dio o il Bene (che è lo stesso) dalla propria vita conduce a perdere i frutti del regno di Dio, quelli che rendono la vita bella e degna di essere vissuta.
Per molti secoli il finale della parabola è stato letto secondo la cosiddetta “teologia della sostituzione”: il regno di Dio sarebbe stato tolto al popolo (infedele) di Israele e consegnato alla Chiesa. Oggi ci rendiamo conto, da una parte, che Dio non ha ripudiato gli Israeliti perché le sue promesse sono valide per sempre. Ma soprattutto ci rendiamo conto che il regno di Dio non è affidato “d’ufficio” alla Chiesa, qualunque cosa faccia: se anche in questo popolo, come diceva il profeta Isaia nella prima lettura, invece della giustizia e della rettitudine si sentono grida di oppressi, la benedizione del Signore e i frutti del suo Regno vengono affidati a qualcun altro.
E questo vale anche per ciascun vignaiolo: la nostra vita può fruttificare solo se si accorda con la volontà del Padre, se rinuncia all’avidità, all’egoismo.
Però non siamo mai abbandonati: Gesù è stato ucciso fuori della vigna, fuori dalle mura di Gerusalemme, perché è venuto a cercare quelli che si sono allontanati da Dio, quelli che hanno cercato di rubare il frutto proibito e sono rimasti a mani vuote.


Pubblicato

in

da

Tag: