Meditazione 28^ domenica del tempo ordinario 11/10/2026

Anche questa parabola, come quelle delle domeniche precedenti, fa parte dei discorsi polemici di Gesù, ovvero gli scontri verbali con quelli che avevano deciso di ucciderlo, e questo spiega il tono durissimo di queste parole. Il re protagonista del racconto è chiaramente un uomo crudele che reagisce in modo spropositato alla scortesia di coloro che hanno rifiutato l’invito alle nozze di suo figlio. Nemmeno Erode sarebbe arrivato tanto. Saremmo quindi in errore se identificassimo questo re dispotico con Dio: le stragi le facciamo noi umani e attribuirle alla volontà di Dio è una bestemmia che continua a essere ripetuta nella storia. Gerusalemme fu effettivamente distrutta pochi anni dopo perché gli ebrei non solo si ribellarono all’esercito più forte di quell’epoca, ma mentre i romani assediavano la città, al suo interno varie fazioni si combattevano tra loro invece di unirsi contro il nemico comune: non poteva finire bene.
Gesù non ha desiderato la distruzione di Gerusalemme, anzi, un giorno pianse prevedendo questa catastrofe e ne attribuì il motivo all’aver respinto gli appelli alla conversione da parte di Dio: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23,37).
Ignorare gli appelli di Dio alla conversione non può che avere conseguenze gravi: respingere il bene significa attirare il male, anche se a volte ci vuole tempo per accorgersene. Le parole dei profeti vengono sempre derise come irrealistiche e impraticabili, così si ripetono sempre gli stessi errori, si fa ricorso alla violenza dicendo che purtroppo non ci sono alternative. Poi magari, anni dopo, ci si ripensa, si capisce che le alternative si potevano trovare e si giura: “Mai più la guerra“, fino a quella successiva. In questi ultimi anni abbiamo visto che gli appelli del Papa e gli sforzi della diplomazia sono caduti nel vuoto e si preparano arsenali sempre più letali per i prossimi conflitti. Ognuno si dichiara disposto a negoziare, ma alle sue condizioni, attribuendo al proprio nemico la responsabilità di un mancato accordo. Dio chiama tutti i suoi figli a essere commensali di pace, ma ciascuno guarda ai propri interessi immediati, senza curarsi della rovina finale.
Certo, non è il potere di ciascuno di noi fermare le guerre, ma possiamo sempre decidere se alimentare la nostra rabbia o oppure lasciarla spegnere; quali parole scegliere per descrivere le posizioni su cui non siamo d’accordo; quali informazioni cercare per darci ragione e dimostrare che gli altri sono in malafede oppure comprendere il loro punto di vista… I conflitti non sono solo quelli che usano le bombe e il mitra.
Un giorno saremo tutti invitati al banchetto di Dio, buoni e cattivi, per la sua misericordia: potremo sedere a tavola con tutti? Il Vangelo ci dice che qualcuno non parteciperà: lasciamo però a Dio queste decisioni e non puntiamo il dito su quelli che crediamo indegni di entrare alle nozze.
Rivestiamoci piuttosto della tunica bianca del nostro battesimo, che è Cristo: i suoi pensieri, le sue scelte, le sue azioni e le sue parole. Soprattutto: il suo perdono e la sua non violenza che lo ha spinto a dare la vita per coloro che lo odiavano.


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