Meditazione 29^ domenica del tempo ordinario 19/10/2025

L’evangelista introduce il brano che ascoltiamo questa domenica con queste parole: «[Gesù] diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai». Tuttavia la parabola racconta sì l’insistenza della povera vedova presso il giudice disonesto, ma non spiega perché si debba pregare sempre, almeno non in modo esplicito. Inoltre, nel Vangelo secondo Matteo Gesù dice: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole» (Mt 6,7). Come si fa a insistere senza usare tante parole? Come possiamo tenere insieme questi due insegnamenti di Gesù che sembrano contraddittori tra loro? Innanzitutto dobbiamo sempre ricordare che la preghiera non ha lo scopo di convincere o peggio ancora costringere Dio a fare la nostra santissima volontà. Nella preghiera diamo un nome ai nostri bisogni e desideri e li affidiamo a Dio. Affidandogli i nostri bisogni e desideri, gli affidiamo noi stessi, ci mettiamo nelle sue mani. Questo atto di affidamento è precisamente la fede, ma nella prova, nelle difficoltà, la nostra fede è tentata di venire meno. Per questo Gesù alla fine della parabola si chiede: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Il nostro atto di affidamento, la nostra professione di fede va rinnovata ogni giorno perché nella prova siamo tentati di pensare che per lui non siamo importanti. Come i discepoli nel mare in tempesta che hanno svegliato Gesù dicendogli: «Maestro, non ti importa che moriamo?». Come il popolo nell’esodo che per dieci volte ha detto a Mosè: «Perché ci hai portato a morire in questo deserto? Perché non siamo rimasti in Egitto?». Abbiamo bisogno di pregare sempre per non perdere la fede, per rinnovare ogni giorno la nostra fiducia in Dio che ha cura di noi anche quando le circostanze sembrano affermare il contrario.
La parabola della povera vedova e del giudice disonesto mi suggerisce anche un’altra riflessione.
Parecchi anni fa ho letto e riletto il libro di un sacerdote psicoterapeuta tedesco che aveva avuto in cura molte persone religiose, suore e anche preti che predicavano molto bene ma avevano dentro di sé, senza rendersene conto, un’immagine di Dio che si avvicinava a quella del giudice disonesto, più che al Padre annunciato da Gesù. Con la testa credevano alla misericordia e con le parole la proclamavano, ma dentro di sé, in fondo, avevano paura di Dio, si sentivano esclusi dalla grazia, temevamo di non fare abbastanza per meritare la salvezza. Il cardinal Martini diceva che dentro ciascuno di noi ci sono territori più o meno grandi non ancora evangelizzati: siamo credenti, ma non del tutto e non sempre. La buona e bella notizia del Vangelo entra in noi progressivamente, un po’ alla volta. Nei momenti di difficoltà siamo tentati di credere che i nostri problemi siano insignificanti per Dio, che abbia cose ben più importanti da fare che occuparsi di noi o che sia un giudice magari non disonesto, ma inflessibile ed esigente, intento a spostare sempre più in alto l’asticella dei nostri doveri. Oppure che lui sia buono e misericordioso con tutti
tranne noi. La parabola di Gesù ci interroga: in quale Dio crediamo? Abbiamo fede/iducia in lui?
La preghiera fiduciosa e perseverante nutre la nostra fede e converte il nostro cuore al Dio vero, per questo bisogna “pregare sempre, senza stancarsi mai”.


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