Meditazione 3^ domenica del tempo ordinario 21/01/2026

Il brano evangelico di questa domenica si compone di due parti: la prima descrive l’inizio della missione di Gesù e la seconda la chiamata dei primi quattro discepoli (non ancora apostoli, anche se lo diventeranno tutti e quattro). La forma breve della lettura comprende solo la prima parte, ma io vorrei soffermarmi soprattutto sulla seconda.
Gesù dice a Pietro e Andrea: «Venite dietro a me». Infatti Gesù è un maestro itinerante e, come si usava allora, i suoi discepoli camminavano dietro di lui nei loro frequenti spostamenti da un posto a un altro. Per questo motivo la condizione dei discepoli veniva detta “sequela”, cioè seguire – anche fisicamente – il proprio maestro. Oltre alla fatica del camminare, la sequela comportava la condivisione di tutta la vita del maestro, quindi in questo caso anche la precarietà, i disagi, la povertà, l’affidamento alla Provvidenza, la possibilità del rifiuto e dell’ostilità. In queste condizioni di vita la parola del maestro non era solo un insegnamento teorico, una dottrina: era legata all’esperienza, allo stile di vita e diventava una scoperta continua. Forse potremmo pensare che quel tipo di sequela sia ormai un’esperienza irripetibile e conclusa, ma non è così.
La parola di Gesù non è una dottrina teorica: per essere compresa davvero deve essere praticata.
La conoscenza dei Vangeli è indispensabile, ma quelli che si limitano a studiare i libri, anche se dotati di grande cultura e acume, non arrivano a capire quello che invece può comprendere una persona magari intellettualmente meno dotata, che però cerchi di vivere quello che ascolta. Si può discutere per ore di povertà evangelica o di perdono e si possono trovare raffronti in altri testi sapienziali o poetici, ma è soltanto quando si cerca di realizzare questi valori nella propria vita quotidiana che si comprende la necessità di essere sostenuti dalla grazia. E non è tutto. Quando cerchiamo di capire e vivere il Vangelo, scopriamo che Gesù non è lontano da noi, non è solo il personaggio di un libro scritto duemila anni fa, ma si fa misteriosamente presente nella nostra vita, ci aiuta, ci corregge e ci dona ciò di cui abbiamo bisogno per seguirlo: si fa nostro maestro.
Scopriamo che ci precede e ci stava aspettando agli incroci della nostra vita, là dove il nostro percorso incontra delle battute di arresto o è chiamato a fare un salto di qualità.
Le prove e le fatiche del discepolo di oggi possono sembrare diverse da quelle dei pescatori di Galilea, ma si tratta in realtà di differenze superficiali: vivere il Vangelo comporta oggi come allora le stesse resistenze interiori, gli stessi dubbi e timori, ma anche la stessa gioia.
Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni e tutti gli altri non sapevano cosa avrebbe fatto e detto Gesù il giorno dopo, o dove li avrebbe portati. Nemmeno noi sappiamo cosa succederà domani, chi incontreremo e cosa ci chiederà. Sappiamo solo che nel confronto con la realtà, nell’incontro con le persone e le situazioni il Vangelo dispiega la sua capacità di generare salvezza. Si impara a vivere vivendo e si impara dal Maestro interiore nello stesso modo, giorno per giorno, mettendo a confronto la nostra vita con la parola del Signore, rimettendo sempre di nuovo in discussione le nostre sicurezze personali ed ecclesiali.
I sistemi e le ideologie danno tutte le risposte; invece il Vangelo ci pone sempre nuove domande.
Non si finisce mai di imparare alla scuola di Gesù: ‘discepoli’ è stato il primo nome dei cristiani e quando si pensa di non aver più nulla da imparare, allora si smette di essere discepoli, si smette di essere cristiani.
Per amore nostro gli evangelisti sono stati molto severi con i tre discepoli più vicini a Gesù: Pietro, Giacomo e Giovanni. Ci hanno mostrato i loro difetti, le loro incomprensioni e le loro cadute per dirci che non dobbiamo scoraggiarci quando – cercando di seguire Gesù – commettiamo errori e peccati. Il Maestro non ci chiede di essere perfetti, ma di continuare a seguirlo.


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