Meditazione 3^ domenica di Avvento 14/12/2025

In una sola frase del vangelo della terza domenica di Avvento è contenuto un dramma terribile.
Giovanni battista manda i suoi discepoli da Gesù a chiedere: “Sei tu colui che deve venire (lett.: “il veniente”), o dobbiamo aspettarne un altro?”. Giovanni ha dedicato tutta la sua vita a preparare la venuta del Messia; a questa missione ha consacrato tutti i suoi giorni e tutte le sue forze. Ora, mentre è in carcere e aspetta ormai soltanto di essere ucciso, si accorge che Gesù è un Cristo diverso da come se l’era immaginato e un dubbio spaventoso si fa strada nella sua mente: non si sarà sbagliato? Ha davvero indicato al mondo la persona giusta, oppure Gesù è uno dei tanti aspiranti Messia destinati a finire male? Non avrà sprecato inutilmente la sua vita aspettando qualcuno che non è arrivato (e forse non arriverà mai)?
È un sospetto angosciante, ma la fede di Giovanni non si è spenta, nonostante tutto ha ancora fiducia in Gesù, infatti manda i suoi discepoli a interrogarlo: se davvero pensasse che Gesù è un impostore, che senso avrebbe chiedere proprio a lui se è “colui che viene?”.
Gesù risponde mostrando i segni del Regno che entra nel mondo: «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (v. 8). Sono e saranno sempre questi i segni della presenza del regno di Dio: la liberazione degli esseri umani dal male e dalla morte. A questo deve essere dedicato tutto l’impegno di coloro che vogliono farne parte.
Per questo “il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di Giovanni Battista” (v. 11): perché nel regno di Dio le opere non sono a misura delle nostre capacità o del nostro impegno, ma a misura del dono di Dio, sempre sovrabbondante e sempre sorprendente, diverso dai nostri progetti, anche da quelli meglio intenzionati. Tutto quello che noi facciamo con la nostra volontà e con il nostro giudizio è segnato dal limite e alla fine i dubbi emergono: era la scelta giusta? Avrò fatto bene? Ne valeva la pena? Ma quel che è stato fatto affidandosi a Dio e alla sua volontà, l’opera che non porta la nostra firma anche se ci è costata sudore e lacrime, ciò che non si misura col metro umano del successo, quel che Dio fa nella nostra vita con noi e malgrado noi, quello è un seme che porterà frutto.
Gesù è venuto e ha dato inizio al regno di Dio; tornerà un giorno per dargli compimento, ma è ancora e sempre “colui che viene”, che entra nella nostra vita per cambiarla, per convertirla, cioè per riorientarla verso il Padre. Questo non avviene sempre in modo pacifico e gioioso: a volte le “sorprese” di Dio sono drammatiche e sconvolgenti, ma la buona notizia (Vangelo) per noi poveri è che l’irruzione nella nostra vita di “colui che viene” ci permette di riacquistare la vista e imparare di nuovo a vedere, ad ascoltare Dio e il prossimo, a camminare senza zoppicare, essere purificati e rinascere a vita nuova.


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