Anche il brano di questa domenica è tratto dalle controversie di Gesù a Gerusalemme: perfino il comandamento dell’amore può essere usato per cercare di fare del male… La malizia dell’uomo è senza fine.
Gesù risponde comunque alla domanda che gli viene posta e tra i 613 comandamenti dell’Antico Testamento sceglie come “grande e primo” il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo.
‘Amore’ è una parola con tantissimi significati che coinvolgono anche i sentimenti, ma se si limitasse ai sentimenti soltanto, senza tradursi in qualche atto concreto, non vorrebbe dire niente di vero. Per questo, anche se l’amore per Dio è al primo posto – perché da lui viene la nostra stessa vita e ogni altro dono – l’amore per il prossimo è al primo posto nella realizzazione. Per questo, anche, la prima lettura, che come sempre è collegata al Vangelo, non parla direttamente dell’amore di Dio, ma di come ci si comporta con il prossimo più fragile, quello che quasi mai vede riconosciuti e rispettati i suoi diritti. San Giovanni lo dice in modo chiarissimo: “Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20b).
Non è una novità: questi due comandamenti esistevano già nell’Antico Testamento, e sembra addirittura che in tutte le religioni e in tutte le filosofie morali si ritrovi quella che è stata chiamata la “regola aurea”: “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Nel Vangelo però questa formula è espressa in modo positivo (e più esigente): “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Mt 7,12).
Sarebbe sbagliato però trascurare del tutto i sentimenti: se il comandamento dice “amerai”, e non soltanto “farai”, un motivo c’è. Non siamo macchine, non siamo intelligenze artificiali guidate da un qualche algoritmo: le motivazioni delle nostre azioni hanno a che fare con i desideri, le attese, le paure, i ricordi belli e brutti, gli istinti, gli ormoni e tanto altro. A volte tutto questo calderone ribollente di emozioni ci porta a sbagliare, ma ci dà anche tanta energia per iniziare qualcosa di nuovo, per tener duro se incontriamo difficoltà, per agire anche contro il nostro interesse immediato, in vista di qualcosa di meglio, che magari ancora non esiste.
Ogni persona ha il proprio carattere, diverso dagli altri, ma senza un po’ di passione, di piacere nel fare le cose con cura, insomma senza amore, la vita diventa fredda e sterile. Soprattutto nei confronti delle persone, si vive male all’insegna del “homo homini lupus”: considerare gli altri come potenziali aggressori dai quali difendersi o prede da sfruttare, entrare in relazione solo per ottenere vantaggi e proteggersi da eventuali danni, lasciarsi dominare dall’interesse e dalla paura.
Ciò che rende bella la vita sono le relazioni gratuite e buone, insomma l’amore.
È chiaro che non possiamo avere gli stessi sentimenti nei confronti di tutti e di ciascuno, ma possiamo “amare il prossimo come se stessi” almeno nel senso di essere aperti e favorire relazioni buone e giuste, cominciando con l’accorgerci di tutto ciò che abbiamo ricevuto e che riceviamo, per restituire almeno in parte questo bene.
Così è anche con Dio: possiamo amarlo solo se credendo in lui ci accorgiamo di ciò che abbiamo ricevuto e riceviamo. È ancora San Giovanni che ci insegna: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1Gv 4,10a).
Meditazione 30^ domenica del tempo ordinario 25/10/2026
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