La Messa inizia con il saluto del celebrante e con la confessione dei peccati. Non è una novità: uno dei più antichi testi cristiani, contemporaneo dei Vangeli canonici, chiamato Didachè ovvero Insegnamento (dei dodici apostoli), contiene questa ammonizione: «Il giorno del Signore, riunitevi; spezzate il pane e rendete grazie, però dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro» (Didachè, 14,1).
Come tutte le consuetudini, anche la confessione dei peccati all’inizio della Messa può diventare un atto che si compie senza pensare, e quindi senza molto senso. Inoltre, oggi molte persone, anche tra quelle che frequentano la chiesa, provano un certo disagio quando si nomina il peccato, quasi che la religione cerchi di instillare nei fedeli dei sensi di colpa, anziché guarirli e sollevarli. La maggior parte delle persone oggi pensa che se la religione ha un senso, dovrebbe essere quello di aiutare a stare bene, a sentirsi bene, e c’è molto di vero in questo (anche se non credo nella “religione del benessere”, oggi tanto di moda): Gesù è venuto nel mondo per salvarci, non per farci stare male né per farci diventare nevrotici. Ma allora perché cominciamo la Messa proprio confessando i nostri peccati? Magari peccati che non ci rendiamo nemmeno conto di avere commesso? Ci aiuta a capirlo la parabola di questa domenica.
Prima di tutto dobbiamo sempre ricordare che l’Eucaristia è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù, il quale ha dato la sua vita proprio per liberarci dal peccato, da un’esistenza inautentica e da un rapporto “commerciale” con Dio, fatto di punizioni e premi. L’Eucaristia è dono, non premio, e la confessione dei peccati – seguita immediatamente dalla formula che annuncia il perdono – ce lo ricorda. Invece la preghiera del fariseo tenta di trasformare Dio in un debitore che gli deve una ricompensa per le sue opere supererogatorie. Ma proprio mentre si sta vantando della propria giustizia (e non dice bugie) non si accorge di peccare in quello stesso istante, disprezzando il pubblicano. È vero che le azioni del pubblicano sono spregevoli, ma nessuno – tranne Dio – può permettersi di giudicare le persone. Le azioni, quelle sì vanno giudicate, per evitare quelle cattive: il bene e il male non sono la stessa cosa, ma per poter giudicare gli altri dovremmo essere, come Dio, onniscienti, e non lo siamo.
Se il grande comandamento è amare Dio “con tutto il cuore, con tutta la vita e con tutte le forze” e il secondo è amare il prossimo come se stessi, chi può presumere di essere senza peccato? Ma mentre ci rendiamo consapevoli della nostra condizione di peccatori, contemporaneamente ci viene annunciato il perdono, la salvezza, l’amore e l’accoglienza incondizionata da parte di Dio in Gesù Cristo nostro redentore che ha dato la sua vita per noi.
Siamo tutti umani, fatti della stessa natura, soggetti alle stesse fragilità e tentazioni. L’ammissione delle nostre mancanze ci ricorda che l’amore di Dio per noi è incondizionato: non ci chiede di diventare migliori per essere amabili, ma ci accoglie così come siamo, come il pubblicano della parabola. È questa accoglienza – se la comprendiamo – che ci può rendere migliori, dandoci il desiderio e l’energia per vivere una vita più autentica, rinnovata. Il timore servile delle punizioni o l’ambizione di ricevere un premio non cambia il cuore. Il premio vero è una vita salvata, bella e buona, libera dal male, nutrita da quella di Gesù che si dona a noi senza riserve; il castigo è già contenuto in una vita falsa, corrotta, inautentica.
Riconoscersi peccatori salvati ci libera dalla paura e dalla schiavitù della performance, ci riempie il cuore di gratitudine e ci apre alla reciproca comprensione e alla misericordia.
Meditazione 30^ domenica del tempo ordinario 26/2025
da
Tag:
