Meditazione 4^ domenica di Avvento 21/12/2025

Dei quattro evangelisti, solo due raccontano qualcosa dell’infanzia di Gesù: Luca e Matteo. Luca racconta i fatti che riguardano soprattutto la vergine Maria, mentre Matteo quelli che riguardano piuttosto San Giuseppe. Se gli evangelisti fossero stati scrittori moderni, forse avrebbero riempito pagine e pagine sui pensieri di Maria e Giuseppe, sui loro drammi interiori e i loro stati d’animo.
Siccome invece erano evangelisti, e non romanzieri, ci hanno raccontato solo le loro azioni. Sono importanti i sentimenti, ma poi sono le scelte concrete che qualificano la nostra vita: quello che decidiamo di fare e quello che decidiamo di non fare. Tuttavia noi oggi sentiamo il bisogno di capire anche le motivazioni di quelle azioni, per ispirarci a esse.
Il Vangelo afferma che Giuseppe era giusto e “pensò di ripudiare [Maria] in segreto”. Se avesse creduto che lei gli era stata infedele, avrebbe dovuto ripudiarla pubblicamente, come prescriveva la Legge. Invece doveva avere intuito che Maria non si era macchiata di una colpa e che in lei stava accadendo qualcosa che lui non poteva capire fino in fondo. Perciò l’angelo in sogno gli dice “Non temere” e questo ci fa capire che Giuseppe aveva paura: paura di intromettersi in qualcosa di troppo grande, di sacro; un mistero che riguardava Dio e Maria, qualcosa che andava molto oltre la sua comprensione.
Il sogno però gli fa capire che anche lui, Giuseppe, ha un compito importante da svolgere. Deve esercitare una vera paternità nei confronti del figlio di Maria: dargli il nome e inserirlo nella discendenza del re Davide. Anche in seguito, con altri tre sogni, Dio comunicherà a Giuseppe quel che dovrà fare: lo dirà proprio a lui, trattandolo da vero capofamiglia secondo gli usi e costumi di quel popolo e di quel periodo, rispettando la sua dignità e anzi dandogli onore.
Questa vicenda, narrata con pochissime parole, mi fa capire almeno due cose.
La prima: non tutto è già scritto nelle norme che ci sono state insegnate. Se da una parte è segno di umiltà obbedire alle regole e accettare che altri possano aver compreso quel che noi non capiamo, altre volte ci è chiesto di andare oltre la Legge in nome dei valori del Vangelo. Non tutte le obbedienze sono sante e non tutte le disobbedienze sono peccato. È un esercizio difficile: diventare presuntuosi e arroganti e farci le nostre regole, a nostro uso e consumo, può essere molto comodo. Ma non possiamo sempre rifugiarci dietro le norme stabilite: a volte la misericordia e gli altri valori del Vangelo chiedono di applicare una giustizia che non è stata scritta e forse non può esserlo. Gesù ha detto un giorno alle folle: «Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,57). E San Pietro insieme agli apostoli disse al sommo sacerdote: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29).
La seconda: il piano di Dio è più grande di noi e non ci è dato di possederlo dall’inizio alla fine, non lo possiamo gestire a modo nostro. Ma non per questo siamo come burattini nelle sue mani: Dio rispetta le sue creature e quando ci chiama a collaborare ci onora, non ci umilia. Non sempre riceviamo “dall’alto” le intuizioni su quel che dobbiamo fare. Molto più spesso dobbiamo prima ascoltare tutti coloro che il Signore ci ha messo vicino perché – come diceva San Benedetto nella sua Regola – «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (cap. 3).
Se Dio ci onora dandoci fiducia, anche noi dobbiamo fare lo stesso con gli altri.


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