Ogni anno, nella quarta domenica di Pasqua, si legge un brano del decimo capitolo del Vangelo secondo Giovanni nel quale si parla di Gesù buon pastore.
Se c’è un pastore, c’è anche un gregge, ma a noi non piace essere paragonati alle pecore perché sono animali poco intelligenti, paurosi ed estremamente gregari. D’altra parte questa metafora è molto presente nella Bibbia, perciò è importante comprenderla bene. Sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo, ritorna più volte la frase “come pecore senza pastore”. Che cosa significa?
Quando le pecore si sbandano per un pericolo reale o anche solo percepito, corrono di qua e di là fino a quando non ce la fanno più. A noi piace pensare di avere il pieno controllo della nostra vita, ma ci sono occasioni – personali o comunitarie – in cui il controllo lo perdiamo e sperimentiamo paura, impotenza e stanchezza. Allora ci si sente smarriti, non si sa più cosa fare, quale direzione prendere. In quei momenti – forse non solo in quelli – vorremmo trovare qualcuno che ci capisca e ci consigli per il nostro bene, che ci faccia sentire al sicuro. Il rischio che si corre è quello di chiudersi in un “ovile”, in un ambiente conosciuto e sicuro, magari affidandosi a qualcuno che sembra dare sicurezza, mentre in realtà approfitta della situazione.
Gesù buon pastore invece «chiama le sue pecore, ciascuna per nome», non per chiuderle in un ovile, ma «le conduce fuori» (Gv 10,3). Fuori, all’aperto, alla vita, con le sue sfide e le sue difficoltà, ma anche con le sue opportunità. Però non le lascia da sole, perché il pastore è colui che pasce il gregge. Pascere vuol dire nutrire, o almeno condurre là dove si può trovare nutrimento; in senso più ampio, quindi, vuol dire prendersi cura. Gesù si prende cura, conosce intimamente ciascuno di noi e ci chiama per nome per condurci fuori delle nostre prigionie, fuori dai nostri blocchi, fuori dalle nostre chiusure.
Si prende cura di noi, ma vuole che anche noi ci prendiamo cura gli uni degli altri. Ci sono tante persone che per un periodo più o meno lungo della loro vita assumono delle responsabilità: preti, genitori, insegnanti, amministratori. Tutti dobbiamo prenderci cura degli altri, ma in modo speciale queste persone devono prendersi cura, essere pastori di quelli che sono stati loro affidati. Gesù stesso ha costituito Pietro come pastore dicendogli: «Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). A sua volta Pietro ha insegnato ai presbiteri ciò che aveva imparato da Gesù: «Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,2-3).
Queste tre attenzioni – volentieri, disinteressatamente e senza spadroneggiare – sono decisive per definire lo stile del pastore che non prende mai il posto di Gesù, ma rimane anch’egli una pecora del gregge, un fratello o una sorella tra altri fratelli e sorelle: «Voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo» (Mt 23,8-10).
Pastori si è quando ci prendiamo cura degli altri in modo che possano trovare il nutrimento di cui hanno bisogno.
Meditazione 4^ domenica di Pasqua 26/04/2026
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