Il brano evangelico di questa domenica è tratto del discorso di addio di Gesù nell’ultima cena.
Gesù sta per morire e anche i suoi discepoli lo hanno capito, ma tra lui e loro c’è una grande differenza: per loro – come per noi – la morte è un enigma angoscioso (“Non sappiamo dove vai”) mentre invece lui sa che attraverso la morte andrà nella casa del Padre e poi tornerà per portarci tutti con sé.
“Cosa succede dopo la morte?”, “Dove andremo?”, “Come possiamo essere sicuri che non sia la fine di tutto?”. Sono le domande che a volte mi fanno i bambini, gli anziani e chi ha perso una persona cara: i bambini perché credono che io sappia tutto o quasi e non si fanno problemi a chiedere; gli anziani e chi è nel lutto perché mentre sperimentano dolore e paura vogliono vedermi convinto per potersi appoggiare in qualche modo alla mia fede, anche se sanno che non sono in grado di mostrare loro delle prove che li tranquillizzino.
Però, in realtà, neanche Gesù ha mai voluto descrivere il paradiso: tanti altri, in seguito, lavorando di fantasia, hanno cercato di rispondere alla nostra curiosità. Invece Gesù in questo brano dice soltanto che nella casa del Padre c’è tanto posto (“ci sono molte dimore”). Quel che Gesù ci ha insegnato è la strada da percorrere per arrivare alla nostra meta, e questo ci fa capire che non siamo su un nastro trasportatore che ci scaricherà tutti da qualche parte, qualunque cosa capiti.
Siamo in cammino, come quando sono andato a piedi a Santiago di Compostela: le frecce gialle indicavano il percorso giusto, eppure tanti sbagliavano strada ugualmente e si perdevano (è successo anche a me il secondo giorno, ma ho capito la lezione e da allora in poi sono stato più attento). Nel cammino della vita, la via giusta è Gesù: la sua parola, il suo modo di pensare e di agire, i valori che ci ha mostrato con le sue scelte. È importante non perdere le sue tracce.
A volte mi sembra che oggi, in un certo senso, stiamo tornando in parte alla religiosità degli antichi, quando erano i poeti con la loro fantasia a parlare degli dei o di Dio: la gente era religiosa, anche più di oggi, ma ognuno immaginava gli dei come voleva, l’importante era averne timore, rispettarli e offrire loro i sacrifici richiesti. Per noi che ci diciamo cristiani dovrebbe essere tutto diverso: Dio non è frutto della nostra fantasia, non abbiamo bisogno di immaginarlo. È Gesù il volto del Padre (“Chi ha visto me, ha visto il Padre”), la vera immagine di Dio, la sua identità. Se Gesù fosse solo un maestro o un profeta, Dio rimarrebbe uno sconosciuto e la morte un tunnel oscuro di cui non sappiamo se esista un’uscita ed eventualmente cosa ci sia al di là.
Invece Gesù vero Dio ci rivela il Padre che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio per la nostra salvezza (cf. Gv 3,16): è la verità. Contemporaneamente, la sua vera umanità – il modo in cui ha vissuto la nostra stessa condizione umana – è la via e la vita: il cammino che percorriamo fino a quando saremo uniti a lui nella risurrezione.
Sappiamo di non essere soli in questo cammino: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”.
Anche se non abbiamo una descrizione della casa del Padre, sappiamo che c’è tanto posto (non tocca a noi decidere chi ci sarà e chi non ci sarà), che siamo attesi e che abbiamo una guida nel cammino. Il resto lo scopriremo quando sarà il momento.
Meditazione 5^ domenica di Pasqua 03/05/2026
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