Meditazione 6^ domenica di Pasqua 10/05/2026

Il brano di questa domenica è la prosecuzione di quello di domenica scorsa: sono tratti tutti e due dal discorso di addio di Gesù nel Vangelo secondo Giovanni. I discepoli si sentono smarriti perché stanno per perderlo, ma Gesù li rassicura: non li lascerà orfani (14,18). Promette loro di tornare e manifestarsi, così che lo possano ancora “vedere”. Si tratta però di un modo diverso di mostrarsi e di essere visto: non sarà più come prima. Sarà lo “Spirito della verità” a renderlo presente, ma solo chi lo ama “vedrà” il Signore risorto, e non si tratta di un amore puramente sentimentale.
Prima di tutto, Gesù ci ha promesso un altro “Paràclito” che rimanga con noi per sempre (14,16).
“Paràclito” è una parola greca che letteralmente vuol dire “chiamato vicino”, proprio come il latino “ad vocatus”. ‘Satana’ vuol dire “accusatore”: lo spirito del male accusa noi e gli altri, ci fa vedere l’aspetto negativo delle persone e delle azioni, ci fa sospettare di secondi fini anche nelle opere buone, ci suggerisce pensieri cattivi. Invece lo Spirito Santo di Dio e di Gesù, come un avvocato difensore, si fa vicino a noi e difende, giustifica, ci mostra gli aspetti positivi anche solo accennati, ci fa confidare nella misericordia di Dio. Soprattutto, agisce in noi come Spirito di amore, di amore che coinvolge tutta la vita. Dice Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (14,15).
Dice “comandamenti”, al plurale; poco prima ne aveva dato uno solo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (13,34), qui invece parla di comandamenti al plurale. Perché?
I vari commenti al Vangelo danno diverse spiegazioni, ma quella che mi convince di più è che l’unico comandamento nuovo si declina in tutto ciò che Gesù ha detto e ha fatto, nella sua missione e in tutta la sua vita terrena. Tutte le parole che Gesù ha detto e tutte le azioni che ha compiuto sono normative per noi e si riassumono nell’amare a nostra volta come e perché lui ci ha amato. La cura per i malati, i disabili e le persone fragili; la misericordia per i peccatori; la pazienza con quelli che ha associato alla sua missione ma non riuscivano a capirlo; lo sdegno e la collera nei confronti dell’ingiustizia; la forza di andare controcorrente nel rinnovare la tradizione; il coraggio nell’affrontare la persecuzione… L’amore di Gesù non è soltanto un sentimento tenero, né tantomeno sdolcinato: è anche un comandamento, un impegno a fare la cosa giusta, un dovere – anche se a molti oggi questa parola non piace – nei confronti di ciò che è buono e vero.
Attraverso l’amore e l’osservanza dei suoi comandamenti lo Spirito ci fa “vedere“ (cioè conoscere) Gesù nella nostra stessa vita. Gesù torna e si rende visibile nelle nostre azioni, nei nostri incontri, nelle nostre scelte animate dallo Spirito Santo. Come San Paolo anche noi possiamo dire: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Non siamo soli, Gesù non è lontano da noi, non ci ha abbandonato. Se ci lasciamo guidare dal suo Spirito e dai suoi comandamenti, dall’amore che plasma la nostra vita a immagine della sua, egli si manifesta a noi, ci rivela la sua presenza e ci accompagna all’incontro definitivo con sé, alla pienezza della vita.


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