Mi sono sempre chiesto perché Gesù sia stato battezzato: non aveva bisogno che discendesse su di sé lo Spirito Santo, dato che era unito a lui fin dall’eternità e – su questa terra – fin dal suo concepimento. La festa liturgica vede in questo segno la manifestazione al mondo di Gesù come Messia, e in effetti nel Vangelo secondo Giovanni il battista proclama pubblicamente di avere visto lo Spirito Santo scendere su di lui (cf. Gv 1,33-34), ma negli altri Vangeli sembra che solo Gesù abbia visto lo Spirito Santo scendere su di sé. Gesù ha voluto con questo rito unirsi ai peccatori, mescolarsi e non separarsi da loro perché è venuto nel mondo per salvarci, non per condannarci.
Un gesto simbolico, quindi, ma allora perché anche la discesa dello Spirito Santo e la voce del Padre? Mi viene in mente una possibile – parziale – spiegazione: essendosi inserito nella storia come vero uomo, anche Gesù ha voluto ricevere una chiamata alla missione come tutti coloro che Dio aveva scelto prima di lui. Fin dall’eternità Dio ha pensato e voluto ciascuno di noi, ma poi scopriamo il nostro posto nel mondo solo grazie a incontri ed eventi che accadono in certi momenti della nostra vita. Tutti gli uomini e le donne della Bibbia sono stati chiamati da Dio a un certo punto della loro esistenza, anche se poi magari hanno riconosciuto di essere stati chiamati, come disse Isaia, “fino dal grembo di mia madre” (Is 49,1). Mosè fu chiamato da una voce che proveniva da un roveto in fiamme, Samuele mentre dormiva nel tempio di Silo, Isaia quando ebbe una visione nel tempio di Gerusalemme… Così Gesù, per iniziare la sua missione, ha atteso anche lui un segno, in obbedienza alla volontà del Padre.
Oggi di vocazione se ne parla anche al di fuori del contesto religioso, per esempio nell’ambito dell’economia: ci sono perfino territori che hanno una vocazione, e naturalmente anche persone, nel senso che sono predisposte a una certa attività a causa delle loro caratteristiche e della loro storia. Non si tratta però di una chiamata “dall’esterno”: ciascuno decide di sé autonomamente, non si concepisce che questa “vocazione” provenga da qualcuno diverso dal soggetto stesso.
Che Dio chiami un contadino come Eliseo a diventare profeta, o un pescatore come Pietro per farne un apostolo, stravolgendo le loro vite e i loro progetti, a qualcuno sembra una prepotenza, una violenza. Ma quando Dio chiama, anche se impone delle scelte e quindi delle rinunce, non usa le persone come fossero pedine di una scacchiera. La sua chiamata non forza la libertà di una persona, ma la sollecita e la porta a compimento. È simile all’innamoramento: affascina e travolge la vita di una persona che a un certo punto decide di donarsi, di giocarsi senza stare a pesare tutti i pro e i contro o le conseguenze. È come scoprire la propria vera identità, il proprio vero volto e il proprio posto nel mondo.
Tutto questo può sembrare molto romantico e forse all’inizio può esserlo, ma non per molto: Giovanni battista avrebbe dovuto essere un sacerdote come suo padre, invece si è trovato nel deserto a vivere una vita indicibilmente austera e poi a morire in carcere. Paolo ha sofferto molto e poi ha fatto la stessa fine. Eppure non hanno mai lasciato la loro vocazione perché sapevano di essere amati da Colui che li aveva scelti e chiamati.
Nel battesimo i cristiani muoiono a se stessi, alla ricerca egoistica di sé, per ricevere il dono dello Spirito Santo e rinascere a vita nuova, adottati da Dio come figli e figlie. Poi, nel cammino della vita, decidono se ascoltare ciò che il Padre ha seminato in profondità dentro di loro per cercare il proprio posto nel mondo. Solo nella relazione con lui e nel dono di noi stessi alla fine scopriamo chi siamo veramente.
Meditazione Battesimo di Gesù 11/01/2026
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