Meditazione Candelora 02/02/2026

È la festa della presentazione di Gesù al tempio. Per adempiere le rubriche del Messale ogni anno percorro via Altinate in processione con pochi miei parrocchiani andando dalla chiesa succursale di San Gaetano alla chiesa parrocchiale e sento su di noi gli sguardi incuriositi e un po’ perplessi di quelli che si chiedono cosa stiamo facendo. Dove stanno andando quei bambini e quegli anziani con quel prete in carrozzina e perché hanno in mano delle candele accese? È una manifestazione (mal riuscita)? Una protesta (innocua)? D’altra parte anche la presentazione al tempio di Gesù, che oggi la chiesa festeggia con solennità, a quel tempo non dev’essere stata molto notata.
Maria e Giuseppe salirono al tempio per la loro purificazione – anche se non c’era nessuno più puro di loro – e per riscattare il loro figlio primogenito con l’offerta dei poveri (due tortore o pulcini di colombo). I sacerdoti del tempio non avevano niente da guadagnare da questi due pii galilei e non avranno fatto molto caso neppure a quei due vecchietti che si misero a fare un sacco di complimenti al bambino. Eppure quel bambino era il Figlio di Dio, di quel Dio che loro, i sacerdoti, servivano e adoravano ogni giorno.
Quando il tempio fu inaugurato, la gloria (cioè lo splendore, la luce) di Dio lo riempì al punto che i sacerdoti non potevano entrare in esso (2Cr 7,1-2). Quando Isaia vide il trono di Dio, il tempio si riempì di fumo (Is 6,4). Questa volta non ci furono manifestazioni eclatanti, eppure Dio non era mai stato così vicino agli uomini. Nessuno si accorse di nulla, tranne due santi anziani che dissero qualcosa che solo Maria ricordò. Dio entrò nel suo tempio senza clamore, quasi di nascosto. Il mondo e la storia stavano per cambiare per sempre, ma nessuno se ne accorse.
Oggi noi celebriamo questa festa che un tempo era importante, alla quale partecipavano tante persone: invece ora sono pochi quelli che se ne accorgono, ma questo non importa. È importante che Dio entri dentro di noi come in un tempio, un luogo dedicato solo a lui, è importante che trasformi la nostra vita, che ci renda un segno per quelli che non lo conoscono o lo stanno dimenticando.
Le candele che in questa festa teniamo in mano illuminano il nostro volto e il nostro cammino: sono simbolo di Cristo, “luce per illuminare le genti e gloria di Israele” e stanno a dire che anche noi siamo chiamati a diventare segni luminosi nel mondo. La presenza della Chiesa nella società può anche diventare sempre più marginale, le nostre processioni e celebrazioni possono essere considerate un fatto folkloristico, ma la presenza dei cristiani non può essere irrilevante, se siamo cristiani davvero. Come Gesù fu un “segno di contraddizione” per la gente del suo tempo, così anche chi vive nella sua luce deve diventare a volte segno di contraddizione, presenza scomoda non per il modo in cui si esprime – che dev’essere sempre rispettoso – ma per quello che dice e fa a testimonianza del Vangelo.


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