Meditazione Cristo Re 23/11/2025

L’anno liturgico si conclude con la festa di Cristo Re dell’universo. Sembra un titolo inappropriato per chi è fuggito sulla montagna quando ha capito che volevano farlo re (cf. Gv 6,15) e ha detto di essere venuto non “per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28; Mc 10,45). D’altra parte Gesù ha dedicato tutta la sua vita ad annunciare la venuta del regno di Dio e il titolo di Cristo (in greco) o Messia (in ebraico) significa proprio “unto”, vale a dire “consacrato con l’unzione regale”, cioè re.
Per farlo condannare a morte i suoi nemici lo hanno presentato a Ponzio Pilato come un rivoltoso aspirante a diventare re di Israele in opposizione all’imperatore romano e durante l’interrogatorio Gesù ha ammesso di essere re, ma “non di questo mondo” (Gv 18,36). Questa affermazione ha convinto il governatore di trovarsi davanti un innocuo idealista (per non dire di peggio), ma lo ha ugualmente condannato a morte. La motivazione, scritta in modo volutamente ambiguo per sfregio a chi gli aveva voluto forzare la mano, agli occhi degli evangelisti diventò una sorta di inconsapevole professione di fede: Gesù Nazareno Re dei Giudei. Per tutti gli altri, invece, fu motivo di scherno: per la truppa che gli calcò sul capo una corona di spine e per i passanti che lo insultavano e lo sfidavano a scendere dalla croce.
In effetti, anche un re può morire, ma non in quel modo, non con la morte riservata agli schiavi ribelli: un re dovrebbe essere diverso, ma come?
Un sovrano ideale dovrebbe essere potente e usare il suo potere (a quei tempi, assoluto) per garantire il benessere dei suoi sudditi.
Al di là delle apparenze, Gesù è proprio questo. Ha un potere che nessun altro regnante possiede: “Ho il potere di offrire [la mia vita] e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18), e usa questo potere per il bene supremo di ogni essere umano: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole” (Gv 5,21).
Tutto questo sembra contraddetto dalla sua impotenza mentre pende dalla croce, eppure proprio in quel momento dice a chi è stato condannato con lui e gli si affida: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,43). È ciò che ripete a ogni essere umano che lo segue nella via del servizio, del nascondimento, dell’umiltà e della croce, “diventandogli conforme nella morte” per giungere alla risurrezione (cf. Fil 3,10-11).
La pienezza del suo potere si manifesterà quando tornerà per giudicare i vivi e i morti, ma fin da ora onoriamo la sua regalità per esortare noi stessi a seguirlo nella via da lui tracciata e per non chinare la testa davanti ai poteri di questo mondo che con le loro apparenze e con i loro privilegi seducono, ma non hanno il potere di dare vita. Cristo è il Re dell’universo, ma per comandare su di noi chiede il nostro assenso, un sì che ha bisogno di crescere e di essere rinnovato ogni giorno.
Dire che Gesù è il Signore significa affidargli la nostra vita con fiducia e amore, riconoscergli il potere di decidere di noi, per il bene nostro e di tutti. La sottomissione al suo potere non avviene né per forza né per interesse, ma i suoi servi diventano tali liberamente e per amore. Nel suo ritorno glorioso, il re “si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37) e con lui “regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,5).


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