La prima lettura, tratta dal libro del profeta Gioele, fa riferimento a un’usanza che il nostro tempo ha completamente perduto (tranne i paesi islamici): un digiuno pubblico, per tutta la società civile e religiosa. Quando qualcosa andava male – una siccità, un’epidemia, minacce di guerra ecc. – si bandiva un digiuno, un tempo di penitenza al quale tutti partecipavano per invocare l’aiuto di Dio e chiedere il suo perdono, se si pensava che le calamità fossero causate dall’infedeltà all’alleanza.
In quel contesto si capisce bene il richiamo di Gesù al nascondimento: quando si fa qualcosa perché “lo fanno tutti”, si può essere tentati di ipocrisia, mostrando all’esterno una religiosità che non corrisponde affatto alle proprie disposizioni interiori. Ovviamente questa tentazione non appartiene solo a quel tempo e a quella società: in un modo o nell’altro si può sempre essere tentati di mostrarsi all’esterno diversi da come si è veramente, magari per compiacere gli altri, per non essere criticati, per opportunismo o per tanti altri motivi. Per questo è importante sorvegliare noi stessi ed esaminare le motivazioni delle nostre azioni: agire nella riservatezza ci aiuta a non dipendere dal giudizio degli altri e a rettificare le nostre intenzioni per rispondere sempre meglio a Dio e alla nostra coscienza.
Tuttavia, forse c’è qualcosa che dovremmo recuperare della dimensione pubblica della penitenza, ed è una maggiore consapevolezza delle colpe collettive, alle quali forse anche noi contribuiamo a volte, in misura maggiore o minore.
Dobbiamo pregare e fare penitenza non solo per la nostra conversione, ma anche per la nostra Chiesa, perché attui sempre la volontà di Dio e non ceda mai alle tentazioni della mondanità, del potere e della ricchezza. Perché sappia difendere e proteggere i piccoli e i deboli; usi con onestà e trasparenza i beni di questo mondo a servizio dei poveri e della sua missione di annuncio del Vangelo; non distolga lo sguardo dai suoi ministri quando sbagliano, ma sappia correggerli con fermezza; riconosca con umiltà le proprie mancanze senza dissimulazioni. E perché in questo tempo di grandi cambiamenti i suoi figli siano umili e caritatevoli nell’ascolto reciproco e nella ricerca della volontà di Dio.
Così pure dobbiamo pregare e fare penitenza per la società di cui facciamo parte, che spende sempre più risorse per gli armamenti e sempre meno per i poveri; che assiste senza intervenire alle stragi delle guerre e delle migrazioni; che permette alla ricchezza di concentrarsi nelle mani di pochissimi mentre cresce la povertà di tanti; che distrugge l’ambiente senza pensare a chi dovrà vivere domani…
Di fronte a queste e altre situazioni, ognuno può avere le proprie idee e le proprie proposte, ma prima delle riforme e dei “piani quinquennali” ci dovrebbe essere l’ascolto di chi sta male e l’incessante vigilanza per spogliarsi dai propri interessi personali, insomma: la conversione. La politica dovrebbe essere «la forma più alta di carità», come diceva già un secolo fa (1927) Pio XI: una vera e propria consacrazione al servizio del bene comune. Per questo c’è bisogno di preghiera: non per spiritualizzare tutto, né tantomeno per dimenticare o nascondere le nostre colpe individuali o per puntare il dito contro gli altri, ma per non rassegnarci al vuoto che avanza.
Se fossimo nell’Antico Testamento, credo che i profeti ci direbbero che Dio non può compiacersi di una Chiesa e una società che non proteggono i deboli e i poveri. Se vogliamo l’aiuto e la benedizione di Dio, dobbiamo convertirci.
Meditazione Mercoledì delle Ceneri 18/02/2026
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