Meditazione Quaresima 04/03/2026

La passione redentrice di Cristo
Come si è detto nell’incontro precedente, le interpretazioni della passione di Cristo, o meglio della sua necessità, sono sempre parziali. Tuttavia non riusciamo a farne a meno: ci chiediamo perché Gesù ha dovuto soffrire e morire, e perché proprio in quel modo atroce. Di primo acchito tutto questo ci sembra assurdo e siamo in buona compagnia: anche i discepoli – che erano stati con Gesù per anni – non hanno capito, anzi hanno rifiutato l’idea della sua passione e morte. “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai»” (Mt 16,22).
Invece Gesù era convinto di “dovere” patire: «Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt 16,21). «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. […] Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome» (Gv 12,24-25.27-28a).
Allora espongo la mia lettura della passione, senza pretendere di darne “la” spiegazione.
1) Innanzitutto è chiaro che la morte di Gesù non è stata un “incidente”, non è avvenuta per caso: Gesù sapeva a cosa andava incontro e lo ha accettato. Non aveva bisogno di una preveggenza soprannaturale per capire cosa sarebbe successo, perché era risaputo che molti lo volevano morto e anche i suoi discepoli lo avevano capito: “Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!»” (Gv 11,16). Praticamente tutti i profeti prima di lui, fino a Giovanni battista, erano stati uccisi: un uomo giusto in un mondo ingiusto, se non tiene chiusa la bocca, è destinato a fare una brutta fine. Se fosse stato un po’ più accomodante nei suoi discorsi o almeno si fosse tenuto alla larga da Gerusalemme, non sarebbe stato ucciso. Posto davanti all’alternativa se tacere, tradendo la sua missione, o andare avanti affrontando l’ostilità dei suoi nemici, Gesù ha scelto. Tuttavia non è stato solo un profeta perseguitato o uno dei tanti martiri (cioè testimoni) della verità. Gesù è per noi il volto, la rivelazione di Dio: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
2) Per noi cristiani, Dio non è più il “Padreterno” inaccessibile, ma è Colui che in Gesù ha voluto condividere tutta la nostra condizione umana: che condivisione sarebbe stata se non avesse condiviso anche il dolore e la morte? Tutti quelli che soffrono e hanno sofferto in ogni tempo hanno potuto guardare al crocifisso sapendo di non essere soli, sapendo che Dio non è lontano da noi e dai nostri dolori, ma li ha condivisi, li ha sperimentati letteralmente sulla propria pelle. Quante volte le persone immaginano Dio lassù nei cieli, spettatore muto e impotente o addirittura indifferente al dolore umano, mentre invece in Gesù Dio si è rivelato partecipe della nostra sofferenza e della nostra morte.
3) Il dramma della passione è anche la rivelazione dei molti volti del peccato: senza di esso resterebbero occulti l’avidità di Giuda, la pigrizia e la viltà dei discepoli, l’invidia dei farisei, il cinismo dei sacerdoti del tempio, la ragion di stato, l’ingiustizia e l’opportunismo di Pilato, la vanità di Erode, la violenza gratuita e bestiale dei soldati romani e dei servi, l’ottusità e l’indifferenza della folla manipolabile e manipolata… Chi di noi può dirsi del tutto estraneo al male che crocifigge vittime innocenti?
4) Contemporaneamente, la passione è rivelazione della misericordia di Dio che arriva a perdonare anche la cattiveria più feroce. Come dubitare del perdono di Dio, se Gesù è arrivato a perdonare quelli che lo torturavano e uccidevano, proprio mentre lo stavano facendo? L’annuncio del perdono e della misericordia di Dio, senza la passione di Gesù, sarebbe astratto e in definitiva, per molti, meno credibile.
Una delle più antiche formule per la professione di fede afferma: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (1 Cor 15,3). “Per i nostri peccati” inizialmente voleva dire “a motivo” dei nostri peccati e infatti i racconti della passione mettono in luce – come si è visto – i tanti peccati che hanno concorso a uccidere un innocente. Nessuno di essi, da solo, avrebbe potuto ottenere questo risultato, ma tutti insieme sì, anche se ciascuno dei membri della congiura era nemico di tutti gli altri: gli ebrei nemici dei romani; i farisei contro i sadducei; Erode e Pilato che fino ad allora erano stati nemici (cf. Lc 23,12).
Ma anche se i nemici di Gesù non erano marionette di un copione già scritto, anche se ciascuno di loro ha agito liberamente nel fare il male, Dio sapeva cosa sarebbe successo.
“Secondo le Scritture” sta a significare che quell’evento terribile non è avvenuto contro la volontà di Dio, non gli è “sfuggito di mano”, per così dire. Perciò l’espressione “per i nostri peccati” non significa soltanto “a motivo dei nostri peccati”: vuol dire anche e soprattutto “a vantaggio di noi peccatori”.
È nella risurrezione che si manifesta pienamente la vittoria di Dio e di Gesù sulla morte e sul male; rifletteremo quindi su di essa nel prossimo incontro, ma già nella passione il male inizia a essere sconfitto perché non riesce a portare Gesù dalla sua parte. Come dice Pietro nella sua prima lettera: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca, oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,21b-25a). Apparentemente i nemici di Gesù lo schiacciano e trionfano su di lui, ma non riescono a farlo diventare come loro: sulla croce Gesù non odia, non maledice, non minaccia vendetta.
Gesù muore perdonando e amando: dalla contemplazione del Crocifisso, del suo dolore causato dai peccati dell’umanità di cui facciamo parte e che quindi riconosciamo come nostri, e dal suo misericordioso perdono nasce la nostra conversione, noi troviamo la motivazione più forte per ripudiare il male e scegliere il bene.
Il terribile dolore della passione rimane scandaloso ai nostri occhi e in fondo è giusto così: il dolore, soprattutto quello causato dalla violenza, deve ripugnare a una coscienza sana, ma anche se non riusciamo a comprenderlo del tutto, contemplando la passione di Gesù sappiamo di non essere soli nelle nostre sofferenze, comprendiamo la terribile realtà del peccato, riceviamo il gioioso annuncio del perdono e della misericordia di Dio e ci apriamo alla speranza della vita eterna.
Soprattutto crediamo che l’amore di Dio non è un sentimento vago e romantico, ma una passione – in tutti i sensi – che ci chiede una risposta. Tenendo sempre davanti agli occhi nella nostra mente il crocifisso, ci è data la motivazione e la forza di amare e perdonare a nostra volta, perché e come Gesù ci ha amati e perdonati.
Gesù stesso interpreta il senso della sua passione e lo fa con i gesti e le parole dell’ultima cena. Fa capire che la consegna del suo corpo e del suo sangue non è un sottomettersi alla volontà perversa dei suoi nemici, ma è un dono ai suoi discepoli, l’inizio di una sua nuova presenza misteriosa ma reale non più costretta entro limiti storici e terreni, un nuovo patto di alleanza tra Dio e l’umanità come quello predetto dai profeti nel quale la legge non sarà più una norma esteriore alla quale sottomettersi, ma sarà una guida interiore.
Senza la risurrezione, però, il senso della passione e morte di Gesù resterebbe oscurato o addirittura cancellato, perciò nella prossima meditazione cercheremo di riflettere proprio su questo evento dal quale nasce il cristianesimo.


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