Meditazione Quaresima 25/02/2026

Salvezza e immagini di salvezza
In Avvento abbiamo iniziato a riflettere sulla nascita del Salvatore, Gesù, e sulla sua incarnazione fonte di salvezza. Avvicinandoci ora alla Pasqua, vogliamo riflettere sulla sua morte e risurrezione per la nostra salvezza: è il centro della nostra fede. È un tema molto difficile, ma almeno qualche volta bisogna impegnarsi a riflettere su di esso perché qui sta o cade la fede cristiana. Solo per fare un esempio, recentemente Vito Mancuso ha dichiarato in un’intervista riportata sul suo sito: «A partire dall’epоса moderna il cristianesimo ha cominciato un lento ma progressivo declino, e ai nostri giorni questo lo si vede. […] Secondo me la risposta è da ricercare nell’annuncio stesso del cristianesimo, nell’idea che il destino di un essere umano non dipenda da qualcosa che posso contribuire a costruire ma dalla morte in croce: non funziona più questa colpevolizzazione di fondo della natura umana per togliere la quale era necessaria la сroсе». Per lui “non funziona più”, eppure è questo che afferma tutto il Nuovo Testamento, Vangeli e San Paolo per primi.
Per iniziare ho scelto un testo di C. S. Lewis (autore tra l’altro del famosissimo libro Le lettere di Berlicche), un professore di Oxford convertito al cristianesimo (anglicano).
«Per i cristiani il punto principale della vicenda sta qui. Dio, per i cristiani, è venuto in terra soprattutto per soffrire e per essere ucciso. Prima di diventare cristiano io avevo l’impressione che i cristiani dovessero credere anzitutto a una determinata teoria riguardo al senso di questo morire. Secondo tale teoria, Dio voleva punire gli uomini per aver disertato ed essere passati al Grande Ribelle, ma Cristo si offrì di essere punito in vece nostra, e così Dio ci perdonò. Ora, ammetto che anche questa teoria non mi appare oggi così immorale e assurda come mi pareva una volta; ma il punto su cui voglio insistere è un altro. Ed è che in seguito ho capito che né questa teoria né altre sono il cristianesimo. Il punto nodale della fede cristiana è che la morte di Cristo ci ha riconciliato con Dio e ci ha dato modo di ricominciare daccapo. Le teorie su come essa ha avuto questo effetto sono un’altra questione. Sul suo modo di operare esistono teorie in gran numero: ciò su cui tutti i cristiani sono d’accordo è che essa opera effettivamente. Vi dirò quel che penso in proposito. Chiunque sia dotato di buon senso sa che se una persona è stanca e affamata, mangiare le farà bene. Ma la teoria moderna della nutrizione – tutta incentrata su vitamine e proteine – è un’altra faccenda. La gente si nutriva, traendone beneficio, molto prima che si parlasse di vitamine; e se un giorno la teoria delle vitamine andrà in disuso, continuerà a nutrirsi lo stesso. Le teorie sulla morte di Cristo non sono il cristianesimo: sono spiegazioni circa il suo modo di operare. Non tutti i cristiani sono d’accordo sull’importanza di queste teorie. La mia Chiesa – la Chiesa d’Inghilterra – non ne prescrive alcuna come giusta. La Chiesa di Roma si spinge un poco oltre. Ma penso che tutte le Chiese convengano che la cosa stessa è infinitamente più importante di qualsiasi spiegazione prodotta dai teologi. Credo sarebbero tutte quante disposte ad ammettere che nessuna spiegazione sarà mai del tutto adeguata alla realtà. Ma, come ho detto nella Prefazione a questo libro, io sono soltanto un laico, e qui entriamo in acque troppo profonde. Posso dirvi soltanto, per quello che vale, la mia opinione in materia.
[…] Ci viene detto che Cristo è stato ucciso per noi, che la Sua morte ha redento i nostri peccati, e che morendo Egli ha reso impotente la morte stessa. Questa è la formula. Questo è il cristianesimo, ed è questo ciò che dev’essere creduto. Qualsiasi nostra teoria su come la morte di Cristo abbia operato tutto ciò è, a mio parere, affatto secondaria; è solo un disegno, uno schema da lasciare da parte se non ci aiuta, e da non confondere, anche se ci aiuta, con la cosa essenziale. Alcune di queste teorie, nondimeno, meritano di essere considerate.
La più nota è quella a cui ho già accennato: abbiamo ottenuto il perdono perché Cristo si è offerto di essere punito al posto nostro. Apparentemente, è una teoria assurda. Se Dio era disposto a perdonarci, perché mai non l’ha fatto? Che senso c’era a punire, invece, un innocente? Io non ne vedo alcuno, se pensiamo a una punizione in senso giudiziario. D’altra parte, se pensiamo a un debito, è molto sensato che una persona provvista di mezzi lo paghi a nome di chi non ne ha. O ancora, se all’espressione «pagare la penale» non attribuiamo il significato di subire un castigo, ma quello più generale di «far fronte a un impegno» o di «saldare un conto», è esperienza comune che quando uno si è messo in qualche impiccio, il disturbo di tirarlo fuori tocchi di solito a un buon amico.
Ebbene, in quale «impiccio» si era messo l’uomo? Aveva cercato di agire per conto proprio, di comportarsi come se appartenesse a se stesso. In altri termini, l’uomo caduto non è soltanto una creatura imperfetta che ha bisogno, di migliorarsi: è un ribelle che deve deporre le armi. Deporre le armi, arrendersi, chiedere scusa, capire che ci si è messi su una strada sbagliata ed essere pronti a ricominciare la vita dalle fondamenta: è questo l’unico modo di uscire dal nostro «impiccio». Questa operazione di resa – questo fare macchina indietro a tutta forza – è ciò che il cristianesimo chiama pentimento. Ora, il pentimento non è un gioco da ragazzi. È una cosa molto più ardua che cospargersi il capo di cenere. Vuol dire disimparare tutta la presunzione e la caparbietà cui da migliaia d’anni siamo avvezzi. Vuol dire uccidere una parte di sé, subire una specie di morte. In realtà, per pentirsi occorre essere persone buone davvero. E qui viene l’intoppo. Solo una persona cattiva ha bisogno di pentirsi: e solo una persona buona può pentirsi perfettamente. Peggiori siamo, più abbiamo bisogno di pentirci, e meno ne siamo capaci. La sola persona che potrebbe farlo perfettamente sarebbe una persona perfetta – e non ne avrebbe bisogno.
Badate bene: questo pentimento, questo volontario sottomettersi all’umiliazione e a una specie di morte, non è qualcosa che Dio esige da noi prima di riaccoglierci, e da cui potrebbe esimerci se volesse; è semplicemente una descrizione di ciò in cui consiste l’atto di tornare a Lui. Se chiedi a Dio di riaccoglierti senza questo atto, Gli chiedi in realtà di lasciarti tornare senza tornare. Non è possibile. Benissimo, dunque: dobbiamo compiere questo atto. Ma la stessa cattiveria che ce lo rende necessario, ci rende incapaci di compierlo. Possiamo farlo se Dio ci aiuta? Sì, ma che cosa intendiamo parlando di aiuto divino? Intendiamo che Dio mette in noi, per così dire, un poco di Sé. Dio ci presta un poco del Suo raziocinio, ed è così che noi pensiamo; mette in noi un poco del Suo amore, ed è così che ci amiamo l’un l’altro. Quando insegni a scrivere a un bambino, gli reggi la mano mentre forma le lettere: il bambino, cioè, forma le lettere perché le formi tu. Noi amiamo e ragioniamo perché Dio ama e ragiona e ci regge la mano mentre lo facciamo. Se non fossimo caduti, tutto sarebbe facile. Ma adesso, sfortunatamente, abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio per fare qualcosa che Dio, nella Sua natura, non fa mai: arrenderci, soffrire, sottometterci, morire. Nulla, nella natura di Dio, corrisponde a questo processo. Sicché proprio quella strada per la quale soprattutto ci è ora indispensabile la guida di Dio è una strada che Dio, nella Sua natura, non ha mai percorso. Dio può spartire soltanto ciò che ha: e questo, nella Sua natura, non c’è.
Ma supponiamo che Dio diventi uomo: supponiamo che la nostra natura umana, che può soffrire e morire, si amalgami con la natura di Dio in un’unica persona: allora questa persona potrebbe aiutarci.
Potrebbe rinunciare alla Sua volontà, e soffrire e morire, perché è un uomo; e potrebbe farlo perfettamente perché è Dio. Voi e io possiamo compiere questo processo soltanto se Dio lo compie in noi; ma Dio può compierlo soltanto se diventa uomo. I nostri tentativi volti a questo morire possono andare a segno soltanto se noi uomini condividiamo il morire di Dio, così come il nostro pensiero può sussistere soltanto perché è una goccia del mare della Sua intelligenza: ma noi non possiamo condividere il morire di Dio se Dio non muore; ed Egli può morire soltanto essendo uomo. È in questo senso che Egli paga il nostro debito, e patisce per noi ciò che a Lui, in quanto Dio, non è affatto necessario patire.
Ho sentito certuni obiettare che se Gesù era Dio oltre che uomo, le Sue sofferenze e la Sua morte perdono, ai loro occhi, ogni valore, «perché per Lui dev’essere stato facilissimo». Altri potrà (a buon diritto) biasimare la sgarbata ingratitudine di questa obiezione; io sono stupefatto dall’incomprensione che essa rivela. In un certo senso, naturalmente, chi la fa non ha torto. Anzi, si mostra fin troppo moderato. La perfetta sottomissione, la perfetta sofferenza, la perfetta morte non solo furono più facili a Gesù perché Egli era Dio: furono possibili soltanto perché Egli era Dio. Ma questo è un motivo ben strano per non accettarle. Il maestro può tracciare le lettere per il bambino in quanto è adulto e sa scrivere.
Questo, naturalmente, gli rende le cose più facili, ma è soltanto grazie a questa facilità che egli può aiutare l’allievo. Se il bambino rifiutasse il suo aiuto perché «per gli adulti è facile», e aspettasse di imparare a scrivere da un coetaneo che non sa scrivere nemmeno lui (e quindi non ha un vantaggio «sleale»), non farebbe molta strada. Se io sto annegando in un fiume vorticoso, un uomo che ha un piede sulla riva può tendermi una mano e salvarmi la vita. Dovrei gridargli (tra un rantolo e l’altro): «No, non è giusto! Hai un vantaggio… stai con un piede sulla riva»? Quel vantaggio – chiamatelo «sleale», se volete – è la sola cosa che gli permette di essermi utile. Da chi cercheremo aiuto se non da chi è più forte di noi?
Questo è il mio modo di considerare ciò che i cristiani chiamano Redenzione. Ma non dimenticate che anche la mia è soltanto un’immagine. Non scambiatela per la cosa reale: e se non vi è di aiuto, lasciatela perdere». (C. S. LEWIS, Il cristianesimo così com’è, Adelphi, Milano 1997).
In sintesi: Cristo è morto e risorto per la nostra salvezza. Il motivo della necessità della sua morte è stato interpretato in molti modi diversi lungo la storia e questo ci dice la profondità del mistero che – se non può essere spiegato del tutto – può tuttavia essere contemplato e ridetto in molti modi, nessuno dei quali lo esaurisce. Quella di C. S. Lewis è una sagace rilettura della teoria della “sostituzione vicaria”: è giusta?
È sbagliata? Di certo non è l’unica possibile. Nei prossimi incontri cercherò, come posso, di fornire qualche altro spunto di riflessione e contemplazione.


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