Meditazione Venerdì Santo 03/04/2026

Nella messa di domenica scorsa, abbiamo ascoltato il racconto della passione secondo Matteo: il racconto di Marco lo leggeremo l’anno prossimo e quello di Luca l’anno seguente. Invece ogni anno al venerdì santo ascoltiamo il racconto della passione secondo Giovanni. I quattro racconti si assomigliano molto, ma non sono uguali: ognuno di essi ha una propria specificità, dei dettagli che gli sono propri. Provo allora a evidenziare alcuni aspetti specifici della narrazione di Giovanni.
Innanzitutto è abbastanza evidente una prima differenza rispetto agli altri racconti: anche se i particolari drammatici e crudeli non mancano – come il rinnegamento di Pietro, la flagellazione, la derisione, la crocifissione – il tono del racconto è diverso da quello degli altri evangelisti. Giovanni sembra già vedere attraverso quei terribili eventi la vittoria di Cristo: anche se viene trascinato di qua e di là, Gesù non grida, non implora pietà, non maledice… non cade nelle reazioni scomposte dei suoi discepoli, ma rimane padrone di se stesso e in certo qual modo sembra dominare anche la situazione di cui è vittima.
Il tema sul quale questo racconto insiste maggiormente è la regalità di Gesù, soprattutto durante il processo che viene narrato in modo molto più dettagliato rispetto agli altri vangeli. I sommi sacerdoti accusano Gesù di volersi fare re, anche se ovviamente non ci credono, ma utilizzano questa accusa per ottenere la sua condanna a morte. Neanche Pilato ci crede: pensa di avere a che fare con un innocuo visionario che suscita in lui ironia, disprezzo e forse commiserazione. I soldati poi lo umiliano incoronandolo di spine e trasformandolo in un re da burla. Eppure, anche se nessuno gli crede e tutti lo disprezzano, alla fine la regalità di Gesù emerge. Il v. 13 del capitolo 19 infatti si può tradurre in due modi. La traduzione che usiamo nella liturgia dice: «Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale», ma la Bibbia ecumenica invece traduce così: «Portò Gesù all’esterno e lo installò su una tribuna». Anche se in quel momento Gesù è l’imputato in un processo ingiusto e sembra essere in balia dei suoi nemici, in realtà è lui che sta giudicando il mondo: «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (12,31-32). Leggendo il brano ci rendiamo conto immediatamente della meschinità dei nemici di Gesù e della loro crudeltà, che risultano ancor più evidenti confrontate con la forza e la nobiltà del Signore.
Oggi, come in ogni tempo, i potenti di questo mondo lo dominano con la violenza, ma il loro potere non è capace di costruire futuro, ma solo – se gli va bene – equilibri precari basati sull’uso della forza. Invece il Cristo Re non costringe, ma attrae; non schiaccia, ma fa crescere; non blocca, ma apre cammini. Coloro che sono come lui, che sono capaci di attraversare il dolore senza odiare, costruiscono un mondo nuovo. Il mondo in cui stiamo vivendo sarà giudicato, come ora giudichiamo e ripudiamo quelli che hanno crocifisso il Signore: i potenti che oggi stanno seduti sui loro “troni” saranno giudicati per ciò che hanno fatto nei confronti dei poveri e dei deboli. E anche la nostra vita sarà giudicata dallo stesso criterio (cf. Mt 25,31-46).


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