Meditazione 19^ domenica del tempo ordinario 13/08/2023

Gesù cammina sulle acque. In genere i miracoli di Gesù non sono così. Di solito Gesù guarisce i malati, viene incontro alle necessità delle persone, ma non oltrepassa così “sfacciatamente” i limiti della condizione umana che ha assunto. Non si mette a volare, non si mostra invulnerabile… perché questa volta si mette a camminare sulle acque?
In parte la risposta sta nella frase conclusiva del brano: Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!» (v. 33). Subito dopo la moltiplicazione dei pani, l’episodio andrebbe a confermare la divinità di Gesù. Ma d’altra parte tutta la vita di Gesù è stata una rivelazione della sua divinità, divinità che però è tutta contenuta nella nostra umanità: «È in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9), una divinità che di solito non “invade il campo” dell’umanità. Allora perché ha camminato sulle acque?
Qualche esegeta pensa che l’episodio sia accaduto dopo la risurrezione di Gesù, qualcun altro ritiene che proprio non sia avvenuto: questo per dire che il brano pone effettivamente delle difficoltà. Accogliamo però con obbedienza di fede la testimonianza dell’evangelista Matteo (come pure quella di Marco e Giovanni) e cerchiamo di comprendere.
L’episodio avviene di notte, mentre tutta la comunità di Gesù si trova su una barca che fatica ad avanzare perché il vento è contrario. Gesù la raggiunge camminando sulle acque, ma solo i suoi discepoli lo vedono venire: dunque Gesù non ha mostrato al mondo i suoi “superpoteri”, ma ha cercato di corroborare la fede della sua comunità, di allora e di oggi.
A una comunità che fa fatica ad avanzare e non vede dove sta andando, Gesù viene incontro proprio camminando su quelle stesse acque che rischiano di inghiottirla.
Oggi si fa un gran parlare del “trasformare la crisi in opportunità”, come se fosse facile! Qualcuno ha la genialità per farlo, ma prima di riuscirci di solito bisogna soffrire e trovare il coraggio di abbandonare molte sicurezze del passato per arrischiarsi verso un futuro incerto. Un po’ come Pietro che cerca di camminare anche lui sulle acque, ma poi viene sopraffatto dalla paura.
Il Papa Francesco, come San Giovanni Paolo II prima di lui, ci esorta spesso a non avere paura e cerca di guidare la Chiesa oltre la notte degli scandali, delle chiese semivuote, della riduzione del numero dei preti e del conseguente cambiamento del volto delle parrocchie, della disaffezione di molti giovani (anche se alla GMG erano in tanti)…
Non credo sia la fine del mondo: è forse la fine di un mondo, quello che abbiamo conosciuto e dal quale proveniamo, per approdare a una terra diversa, ma sempre in compagnia del Signore.
Il Signore potrebbe mostrarci la strada servendosi del Sinodo, se i pastori non avranno paura di ascoltare i fedeli, se non si rifiuteranno a priori di prendere in considerazione alcune proposte, se avranno il coraggio di avventurarsi anche fuori dalla barca, per andare incontro al Signore.
Forse la nostalgia ci fa sembrare senza difetti la terra dalla quale proveniamo e ci fa temere oltremisura i pericoli veri o presunti che ci aspettano nel futuro.
Forse allora anche a noi, come già a Pietro, il Signore ripete: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».


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