Meditazione 31^ domenica del tempo ordinario 05/11/2023

Quella che ascoltiamo oggi purtroppo è una di quelle pagine del Vangelo che sono state prese meno sul serio.
Si parla dell’autorità. ‘Autorità’ significa “far crescere”: è autorevole, è un’autorità chi fa crescere le persone, chi le aiuta a sviluppare le loro potenzialità. Far crescere gli altri richiede un genuino interesse per loro e un grande spirito di servizio: è necessario mettere un po’ da parte se stessi, i propri bisogni e desideri per fare posto a quelli degli altri. È quello che fanno i bravi genitori e anche quei “capi” che cercano il bene delle persone loro affidate.
L’autorità comporta un certo potere, ma purtroppo il potere tende a corrompere, e il potere assoluto – come è quello religioso – può corrompere assolutamente.
Negli ultimi anni si è saputo di abusi di ogni tipo commessi da sacerdoti e altri leader religiosi: ci chiediamo come sia stato possibile. È stato possibile anche perché queste persone erano figure rispettate, ammirate, considerate superiori agli altri esseri umani. Quel che comandavano era legge, era compreso come fosse volontà di Dio, anche quando era tutto il contrario. Da quando ho scritto il libro sull’abuso spirituale mi hanno scritto e telefonato tante persone per raccontarmi quel che hanno subito da parte dei loro leader religiosi. Quanto dolore, e quanta umana superbia!
Gesù sapeva già che alcuni suoi discepoli si sarebbero fatti chiamare maestro, padre e guida, e non voleva, ma non è stato ascoltato.
È vero che per trasmettere le conoscenze qualcuno deve insegnare e qualcun altro imparare, è bene che chi è giovane si avvalga dell’esperienza di chi ha qualche anno in più, è necessario che in ogni gruppo, soprattutto se grande, ci sia qualcuno che alla fine prenda le decisioni, ma questo non significa che ci siano persone superiori alle altre o più importanti.
«Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente»: vestiti speciali, posti speciali, titoli speciali per sentirsi più importanti degli altri. Chiedono allo sguardo degli altri di compensare il senso di vuoto che hanno dentro: se gli altri li ammirano e si sottomettono a loro, allora hanno la sensazione di valere qualcosa, ma in realtà nessuno può aggiungere dall’esterno quel che manca all’interno. Per questo il potere, il successo e l’ammirazione degli altri non basta mai: ne occorre sempre di più.
Il 16 novembre 1965, poco prima della fine del Concilio, 40 vescovi provenienti da diversi continenti si incontrarono nelle catacombe di Domitilla, a 40 km da Roma per celebrare insieme l’eucaristia e sottoscrivere un voto che fu chiamato “il patto delle catacombe”. Nonostante il suo carattere profetico, oggi resta poco conosciuto, sebbene rappresenti una delle più impressionanti testimonianze dei padri conciliari. Con questo voto, che venne consegnato al papa dal card.
Lercaro e successivamente firmato da altri 500 vescovi, i firmatari si impegnavano a mettere i poveri al centro del loro operato pastorale ed episcopale e a condurre essi stessi una vita nella maggiore povertà possibile.
Credo sia giusto riconoscere che rispetto al 1965 molta strada è stata fatta dai nostri leader ecclesiali, a cominciare dall’esempio di Papa Francesco, ma che ne resta ancora molta da fare non solo per i vescovi, ma per tutti coloro che sono costituiti in qualche autorità. E anzi, ogni persona che esercita l’autorità dovrà sempre ricominciare da capo il lavoro di respingere da sé gli orpelli e i privilegi del potere.


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